Da Roma a Tripoli
Almasri finisce condannato in Libia: brutto risveglio per chi, a sinistra, accusava il governo
Sette anni e quattro mesi all’ex responsabile del carcere di Mitiga. FdI: la sentenza conferma la scelta del governo, “Almasri era un rischio per la sicurezza nazionale”
Politica - di Alice Carrazza - 22 Giugno 2026 alle 09:08
La condanna è arrivata da Tripoli, ma l’effetto politico si sente subito a Roma. Il Tribunale penale libico ha inflitto sette anni e quattro mesi di reclusione a Osama Najeem Almasri, ex comandante operativo delle forze di polizia giudiziaria ed ex responsabile della sicurezza nel carcere di Mitiga, riconosciuto colpevole di violazioni dei diritti dei detenuti. Una decisione riporta ordine al trambusto politico scoppiato ormai più di un anno fa.
«La notizia conferma che il governo Meloni aveva ragione ed ha agito correttamente», afferma Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera. La sentenza insomma rimanda al mittente le accuse gridate a gran voce dai banchi dell’opposizione. «E ora cosa si inventerà la sinistra? — incalza anche il vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Massimo Ruspandini — La condanna di Almasri è una sonora lezione per chi per mesi ha imbastito una campagna mediatica e politica con l’unico obiettivo di attaccare l’esecutivo».
Il processo libico
Il verdetto non si limita alla pena detentiva. Per Almasri è stata disposta anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della condanna e per un anno successivo. Il procedimento arriva al termine delle indagini avviate dalla Procura generale libica dopo le segnalazioni sugli abusi nel carcere di Mitiga. Già lo scorso novembre, la Procura aveva reso noto il deferimento dell’ex comandante al giudizio del tribunale, precisando che si trovava in custodia cautelare e che erano state raccolte «prove sufficienti per sostenere l’accusa» di omicidio e violazioni dei diritti umani.
Al centro dell’inchiesta ci sono la morte di un detenuto nell’Istituto di correzione di Tripoli e i maltrattamenti denunciati da dieci prigionieri. È il punto che pesa di più nella lettura politica italiana: l’uomo indicato per mesi come il simbolo di una presunta fuga dalla giustizia è stato processato e condannato proprio in Libia.
L’arresto a Torino e il rimpatrio
La vicenda italiana era esplosa il 19 gennaio 2025, quando Almasri era stato arrestato a Torino, dove si trovava per assistere a una partita di calcio dopo essere entrato nell’Unione europea dalla Germania. L’intervento delle autorità italiane era seguito a una presunta segnalazione dell’Interpol. Due giorni dopo, però, il generale libico era stato rilasciato in seguito alla mancata convalida dell’arresto da parte della Corte d’appello di Roma ed espulso il 21 gennaio 2025 e rimandato a Tripoli su un volo di Stato.
Da lì era nato il caso politico. Le opposizioni avevano accusato l’esecutivo di avere sottratto Almasri alla Corte penale internazionale, che lo ricercava per presunti crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui omicidio, tortura, stupro e violenza sessuale, contestati a partire dal 2015 nel carcere di Mitiga. Il governo, invece, aveva motivato l’allontanamento con ragioni di sicurezza nazionale.
La rivendicazione della maggioranza
Montaruli insiste proprio su questo: «Rappresentava un pericolo e quindi andava espulso velocemente, assicurandolo alla giustizia libica che infatti ha fatto il suo corso. La notizia fa giustizia soprattutto delle inutili e strumentali polemiche della sinistra, che per l’ennesima volta conferma di anteporre la propaganda e la speculazione politica a quello che è l’interesse nazionale. Un’altra conferma dell’autorevolezza del nostro governo».
Ruspandini allarga il ragionamento al fronte politico e mediatico che aveva messo nel mirino i ministri Nordio e Piantedosi: «Alla luce della condanna di oggi quella campagna si dimostra falsa e demagogica ed emerge una sola verità: aveva ragione il governo Meloni, Almasri era un pericolo per la sicurezza nazionale ed andava immediatamente allontanato dall’Italia».
Il dossier dell’Aja resta aperto
La sentenza di Tripoli non cancella automaticamente il fascicolo della Corte penale internazionale. L’Aja potrà valutare se il procedimento nazionale riguardi gli stessi fatti e rispetti gli standard richiesti dal principio di complementarità. Ma sul piano politico interno l’equilibrio cambia. Il caso nato come accusa al governo è chiuso. E a Roma il centrodestra legge il verdetto come la conferma di una linea: prima mettere in sicurezza il territorio nazionale, poi lasciare che la giustizia competente faccia il proprio corso.