L'analisi
Università, così la riforma del Cun garantisce autonomia e centralità alla comunità accademica
La proposta di legge approvata dal Cdm è un importante risultato: razionalizza la composizione del Consiglio Universitario Nazionale e getta le base per renderlo ancora più rappresentativo ed efficace nel percorso di sburocratizzazione dei meccanismi di valutazione
Nella recente proposta di legge per la riforma del Consiglio Universitario Nazionale (Cun), approvata nel Consiglio dei ministri del 22 aprile 2026, è stato raggiunto un importante risultato. L’organo resta il luogo elettivo della rappresentanza della comunità accademica e si autodetermina nella scelta del proprio Presidente.
È prevalsa la saggia decisione del ministro Anna Maria Bernini, caldeggiata da FdI, di lasciare piena autonomia decisionale al Cun nella scelta del proprio Presidente. Aspetti positivi della proposta di riforma sono la razionalizzazione della composizione del Cun stesso, con due rappresentanti per ciascuna delle 14 attuali aree, rispettivamente una per gli ordinari ed una per associati e ricercatori.
La rappresentanza studentesca e del personale tecnico-amministrativo è di tre unità ciascuna per un totale di 34 componenti effettivi rispetto ai 58 attuali, mentre è previsto che tutta una serie di altre figure precedentemente facenti parte del Cun siano invitati ai lavori, ma senza diritto di voto.
L’impianto rispecchia fedelmente il lavoro della Commissione ministeriale istituita dal ministro Bernini per la revisione della legge 240/2010 e di cui mi onoro di aver fatto parte. A mio avviso, l’unico ma importante aggiustamento che il Parlamento potrebbe apportare riguarda l’elettorato passivo che andrebbe esteso ai ricercatori, siano essi a tempo indeterminato (ruolo a esaurimento) o in tenure-track. Se il Cun è il luogo della rappresentanza accademica è giusto che tutti abbiano le medesime opportunità di farne parte, non solo i professori ordinari e i professori associati.
Un aspetto che la proposta di legge ha affrontato solo in parte, ma che è a mio avviso estremamente importante è il raccordo funzionale fra Cun e l’Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e Ricerca (Anvur). Un importante passo in avanti in tal senso è stato fatto nel recente regolamento Anvur in cui sono previsti rappresentanti delle tre macro-aree umanistica (aree 10, 11, 12, 13, 14), tecnico-scientifica (1, 2, 3, 4, 8, 9) e biomedica (5, 6, 7).
Il Cun svolge un ruolo non troppo reclamizzato ma preziosissimo per l’intera comunità accademica e per lo stesso ministero, ruolo svolto grazie alla disponibilità e abnegazione di colleghi che offrono parte del proprio tempo al servizio della comunità accademica senza alcun compenso economico, se non rimborsi spese.
Nel momento in cui l’impianto della legge 240/2010 mostra l’usura del tempo ed evidenti problemi legati in primis alle eccessive aspettative create con l’introduzione della abilitazione scientifica nazionale, alle modalità di assegnazione della Quota Premiale (30% del Fondo di Funzionamento Ordinario), che comportano lo spostamento di ingenti risorse attraverso il meccanismo di valutazione della qualità della ricerca e che hanno evidenti criticità, il Cun resta una certezza.
Nei fatti, il percepito (giusto o sbagliato che sia) da parte di molti colleghi è che l’introduzione di Anvur, al di là della buona volontà dei componenti dei consigli direttivi che si sono succeduti nel tempo, alcuni dei quali considero amici personali, abbia di molto incrementato la burocratizzazione dell’università ed il numero di adempimenti da assolvere. Al contrario, il Cun è percepito come un organo più accessibile e disponibile a risolvere i problemi. Parafrasando un famoso brano di Eros Ramazzotti, Cun: grazie di esistere!
*Ex rettore di Ferrara
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