Numeri vs propaganda
Produzione industriale, stipendi, inflazione: i dati Istat smontano punto per punto le fake della sinistra
La produzione aumenta dell'1,5% su base annua, le retribuzioni salgono del 2,4% e le riforme fiscali «hanno più che compensato il drenaggio»: non sono numeri caduti dal cielo, ma l'effetto di precise scelte di politica economica
Crescono la produzione industriale, le retribuzioni e la capacità delle famiglie di reggere al drenaggio effetto dell’inflazione, che grazie alle riforme fiscali è stato «più che compensato». Ancora una volta sono i numeri forniti dall’Istat a confermare la validità delle politiche economiche del governo Meloni e delle visione da cui discendono e a smentire la propaganda della sinistra, che in particolare su questi temi ha costruito una narrazione disfattista e catastrofista.
La produzione industriale aumenta dell’1,5% su base annua
Per quanto riguarda la produzione industriale l’Istat ha comunicato che a marzo 2026 si stima che l’indice destagionalizzato aumenti dello 0,7% rispetto al mese precedente, segnando il secondo rialzo consecutivo dopo quello di febbraio. L’indice generale poi aumenta in termini tendenziali dell’1,5% rispetto al 2025. Dati di cui il Paese si può rallegrare, ma che si connotano come un boccone assai amaro per il Pd. I dem, con il responsabile economico Antonio Misiani, infatti, si appellano a un lieve calo su base trimestrale (lo 0,2%), condizionato dai risultati di gennaio per sostenere che «il dato di marzo della produzione industriale non cambia una tendenza che rimane preoccupante». E, insomma, nel racconto del Nazareno sembra che valga sempre la vecchia massima per cui «se i fatti non si adeguano alla teoria (o alla propaganda, ndr), tanto peggio per i fatti».
L’indice delle retribuzioni contrattuali sale del 2,4%
Sempre l’Istat certifica che a marzo aumenta anche l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie (+0,1% rispetto al mese precedente e +2,4% rispetto a marzo 2025) e che «le riforme fiscali attuate tra il 2021 e il 2026 hanno più che compensato il drenaggio osservato nello stesso periodo, comportando un beneficio medio pari a 40 euro per contribuente». Su questo fronte l’Istat fa riferimento in particolare agli effetti dell’assegno unico al posto delle detrazioni per i figli a carico. Si tratta di un passaggio che è avvenuto, sì, sotto il governo Draghi, ma i cui effetti sono stati resi più incisivi dal governo Meloni con l’aumento degli importi e l’introduzione di specifici correttivi a vantaggio di categorie più esposte, come le famiglie numerose, quelle con figli piccoli e con disabili. Il tutto mentre la sinistra sosteneva che il governo voleva abolirlo.
Il «forte profilo redistributivo» delle riforme fiscali
L’Istat specifica anche che «le misure hanno avuto un forte profilo redistributivo, favorendo i redditi medio-bassi e i lavoratori dipendenti, mentre i pensionati e i redditi più elevati risultano penalizzati o non interamente compensati». Una notazione che smonta un’altra bufala ampiamente ripetuta dalla sinistra, ovvero quella di un governo che abbandona i più fragili a vantaggio delle fasce più abbienti. Del resto, la notazione dell’Istat sugli effetti redistributivi delle politiche fiscali del governo Meloni non è che di una conferma: giusto tre giorni fa tanto la stessa Istat quanto Eurostat hanno certificato che nel 2025 in Italia si è registrato il minimo storico di persone a rischio povertà o esclusione sociale, con una riduzione dell’1,8% rispetto al 2022.
Il record del tasso di occupazione
A questi dati va aggiunto quello dell’occupazione, che in questi anni, sempre in base ai dati Istat, ha segnato un aumento progressivo e costante, segnando di rilevazione in rilevazione sempre nuovi record e attestandosi ad aprile al 62,4%, trainata dai contratti a tempo indeterminato, mentre il tasso di disoccupazione scendeva al 5,2%.
La visione politica dietro ai risultati: lavoro, non assistenzialismo
Questi i numeri, dietro ai quali c’è una precisione visione politica che ha puntato sulle politiche attive per il lavoro, dopo anni segnati da una resa all’assistenzialismo più sfrenato, e parallelamente su misure per il rafforzamento del potere d’acquisto derivato dagli stipendi. Dagli incentivi alle imprese, riassunti nello slogan “più assumi meno paghi”, e fortemente orientati a sanare sacche di criticità storiche come il Sud (dove la creazione della Zen unica ha contribuito all’effetto traino) e l’occupazione femminile, al taglio del cuneo fiscale, fino all’accelerazione senza precedenti impressa ai rinnovi contrattuali, il governo ha puntato tutto sul lavoro – di chi lo genera e di chi lo svolge – e i numeri gli stanno dando ragione, a dispetto anche di una congiuntura internazionale difficilissima. Con buona pace di una sinistra che in questi anni non solo ha costantemente gridato al disastro, ma ha dato perfino la netta impressione di tifare per il disastro.
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