Difesa del pluralismo
Marx censurato? I toni apocalittici di Cacciari & c. e la paura di perdere il proprio pantheon ideologico
Di fronte alle nuove indicazioni nazionali per la scuola, alcuni hanno pensato bene di reagire come si fa di solito quando si perde il monopolio simbolico su un pezzo di spazio pubblico, gridando alla censura e all’oscurantismo. Il fatto, poi, che tra i firmatari dell’ennesimo appello compaiano professori universitari sembra bastare a trasformare una presa di posizione politica in una verità rivelata. In Italia funziona spesso così. Basta un elenco di cattedre e di firme perché una tesi assuma automaticamente il tono della superiorità morale. Come se l’università conferisse non soltanto competenza, ma anche una specie di infallibilità etica.
Esclusione di Marx, la polemica dei custodi della legittimità culturale
La polemica sull’asserita “esclusione di Marx” dai programmi scolastici è rivelatrice non tanto di ciò che starebbe facendo il governo, quanto dell’immagine che alcuni intellettuali hanno ancora di sé stessi come custodi della legittimità culturale nazionale. È il riflesso di una lunga stagione egemonica durante la quale una determinata area politico-culturale ha identificato i propri autori e le proprie categorie con l’unica forma possibile di educazione democratica. Ora, chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale e abbia letto senza pregiudizio le nuove indicazioni nazionali, sa bene che Marx non è stato affatto proibito, né messo all’indice. Nessun docente sarà privato della libertà di insegnare Marx o di spiegare il materialismo storico, la critica dell’economia politica, il concetto di rivoluzione e di dittatura del proletariato. Del resto, le indicazioni non sono un indice inquisitoriale né un catechismo ideologico, come sembrano immaginare alcuni firmatari dell’appello. Sono orientamenti culturali generali, per loro natura sintetici e selettivi.
La marginalizzazione del pensiero conservatore e liberale
Si potrebbe aggiungere, con una punta di elementare precisione storica, che Marx fu certamente un grande autore della modernità, ma fu anzitutto un critico dell’economia politica e un teorico del capitalismo moderno, più che un autore riconducibile alla sola tradizione filosofico-speculativa. La sua presenza nella formazione scolastica può essere discussa, collocata, articolata, anche difesa. Ma trasformare ogni minima variazione del canone filosofico in un attentato alla democrazia significa confondere la storia della filosofia con il calendario liturgico di una certa sinistra. Per decenni è stato considerato del tutto naturale che alcuni autori appartenenti alla tradizione marxista fossero inevitabilmente centrali e altri relegati ai margini del canone scolastico. E non semplicemente come figure storicamente rilevanti, ma come pilastri morali dell’educazione civile. Al contrario, intere tradizioni del pensiero conservatore, liberale, nazionale o comunitario sono state sistematicamente ridotte a note a margine, quando non direttamente demonizzate.
Il tentativo di difendere un’antica egemonia pedagogica
La verità è che ciò che oggi viene presentato come difesa del pensiero critico e del pluralismo culturale appare più come il tentativo di difendere un’antica egemonia pedagogica. Un lungo predominio culturale che per decenni ha trasformato la scuola italiana nel luogo privilegiato di una pedagogia a senso unico, dove certe categorie politiche venivano presentate non come interpretazioni storiche tra le altre, ma come orizzonte morale obbligato. È singolare che quanti denunciano il rischio di una “egemonia culturale della destra” abbiano passato mezzo secolo a considerare del tutto normale una scuola largamente costruita entro paradigmi culturali di parte, con aperture molto selettive al pluralismo. Quell’impostazione dominante veniva spesso chiamata “spirito costituzionale”, “coscienza democratica”, “educazione critica”. Ora che dalle carte del governo emerge una diversa sensibilità culturale, improvvisamente si parla di autoritarismo e censura. Eppure chi si professa democratico dovrebbe accettare una verità molto semplice: il pluralismo culturale non coincide con l’eterna centralità del proprio pantheon ideologico.
La paura che il canone venga discusso
Marx continuerà senz’altro a essere studiato, e la sua forza non dipende dalla presenza rituale del suo nome in una tabella ministeriale. Proprio perché è un autore importante non ha bisogno di essere protetto da appelli dal tono apocalittico, né trasformato nell’ennesimo simbolo resistenziale di una sinistra culturale sempre più periferica rispetto al Paese reale. Ciò che disturba una parte dell’intellettualità italiana non è l’assenza di Marx. È la fine di un automatismo culturale. Disturba l’idea che il canone possa essere discusso. Disturba il fatto che la destra italiana, dopo decenni di marginalizzazione culturale, abbia iniziato a rivendicare il diritto di partecipare alla definizione dell’immaginario educativo nazionale.
Chi pretende di parlare a nome della Cultura non difende il pluralismo
Si può naturalmente discutere nel merito delle indicazioni ministeriali. Anzi, è giusto farlo. Ma sarebbe auspicabile un confronto meno apocalittico e meno moralisticamente intimidatorio. Quando una parte politica pretende di parlare a nome della Cultura, della Democrazia o della Ragione critica, non difende il pluralismo. Cerca solo di imporre il proprio punto di vista come l’unico legittimo. E forse il problema vero è che certi intellettuali continuano a pensarsi non come interpreti della società democratica, ma come il suo clero pedagogico. È proprio questa antica pretesa sacerdotale che oggi può finalmente essere messa in discussione.
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