Il gioco delle carte
L’Iran presenta il nuovo piano, Trump giudica l’offerta insufficiente: “Nessuna concessione. Teheran sa cosa accadrà a breve”
Teheran invia una nuova proposta ai mediatori pakistani mentre Washington valuta concessioni sulle sanzioni petrolifere. Sul tavolo restano uranio arricchito, Hormuz e il rischio di una nuova escalation militare. Il tycoon aveva già avvertito: "IL TEMPO È UN FATTORE DECISIVO"
“Tregua o non tregua”, il dubbio pervade le cancellerie del Golfo mentre Donald Trump scandisce pubblicamente il conto alla rovescia per Teheran. «Per l’Iran il tempo sta scadendo, ed è meglio che si muovano rapidamente, altrimenti di loro non resterà più nulla. IL TEMPO È UN FATTORE DECISIVO», ha scritto domenica il presidente americano su Truth Social, poche ore dopo che Teheran aveva trasmesso ai mediatori pakistani una nuova versione del piano negoziale in 14 punti destinato agli Stati Uniti. “Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve”, scandisce adesso in un’intervista al New York Post.
La partita Washington-Teheran
La partita si gioca tra Washington, Islamabad e Teheran, ma il centro reale dello scontro resta il Golfo Persico. Lì passano petrolio, deterrenza militare e credibilità strategica americana. E lì si concentra la pressione della Casa Bianca per riaprire completamente lo Stretto di Hormuz, oggi di fatto militarizzato dopo settimane di tensioni e blocchi navali. Secondo l’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, la nuova bozza iraniana punta a «negoziati per porre fine alla guerra e misure di rafforzamento della fiducia da parte americana». La proposta mantiene però una linea invalicabile per la repubblica islamica: congelare l’arricchimento dell’uranio, non smantellarlo.
Media vicini al regime sostengono infatti che il materiale già arricchito potrebbe essere trasferito in Russia invece che negli Usa. Una soluzione pensata per evitare la consegna diretta delle riserve strategiche richieste da Trump. Il tycoon non molla e continua a pretendere che l’Iran ceda quella che definisce la propria «polvere nucleare»: le scorte di uranio arricchito al 60%, considerate dagli esperti a un solo passaggio tecnico dal livello militare del 90%. Per Steve Witkoff, inviato speciale della Casa Bianca ai negoziati insieme a Jared Kushner, quelle riserve sarebbero sufficienti, se ulteriormente raffinate, per costruire 11 ordigni nucleari.
Le concessioni americane
Nelle ultime ore è emerso però un elemento nuovo. Sempre secondo Tasnim, Washington avrebbe accettato di sospendere temporaneamente alcune sanzioni petrolifere durante il periodo delle trattative. In particolare verrebbero congelate le misure dell’Ofac, l’ufficio del Tesoro americano che gestisce il sistema sanzionatorio finanziario. Una concessione significativa, soprattutto dopo mesi di linea dura Oltreoceano. Ma né la Casa Bianca né i mediatori pakistani hanno confermato, per ora, l’informazione.
Dietro le aperture tattiche restano, e non a caso, profonde diffidenze reciproche. Axios riferisce che l’entourage trumpiano considera la nuova proposta iraniana “insufficiente” e teme «la ripresa della guerra». Una fonte americana citata da Al Jazeera poi è stata ancora più netta: «La pazienza di Trump si sta esaurendo».
Il nodo dell’uranio
Il vero punto morto resta il programma nucleare iraniano. Alti funzionari americani, incluso il segretario all’Energia Chris Wright, guardano con crescente preoccupazione anche alle scorte iraniane di uranio arricchito al 20%. Per Washington il problema non è soltanto tecnico. Gran parte del materiale, secondo le valutazioni americane, sarebbe nascosto in strutture sotterranee danneggiate dai bombardamenti statunitensi. The Donald ha dichiarato che quei siti vengono monitorati costantemente via satellite, mentre il Pentagono avrebbe già esaminato opzioni militari per recuperare fisicamente l’uranio con operazioni terrestri considerate tuttavia ad altissimo rischio.
Sul fronte energetico qualcosa pur si muove. Media iraniani sostengono che tre petroliere abbiano superato il blocco navale nello Stretto di Hormuz, aumentando la capacità di stoccaggio di Teheran di quasi due milioni di barili. Una delle navi avrebbe navigato con il sistema di identificazione automatica(Ais) disattivato, un’altra invece sotto bandiera russa.
Fratture interne al regime
La difficoltà dei negoziati, in base a quanto detto dal segretario di Stato Marco Rubio, nasce anche dalle fratture interne al regime. «Abbiamo dato all’Iran ogni opportunità di raggiungere un accordo», ha dichiarato a NBC Nightly News. «Ma parte del problema che stiamo incontrando, francamente, è che all’interno dell’Iran vi sono profonde divisioni interne». Rubio ha descritto un processo lento, frammentato, quasi paralizzato dai centri di potere. «In molti casi abbiamo la sensazione di negoziare con qualcuno che poi deve a sua volta tornare a negoziare con altri soggetti all’interno del proprio sistema e del proprio Paese».
Per questo, mentre i mediatori pakistani fanno la spola tra le capitali, il margine politico si restringe. Washington chiede segnali immediati. Teheran tenta di guadagnare tempo senza cedere sul nucleare. E nel Golfo, la tregua resta appesa a un filo.
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