L'intervista
«L’Europa subisce il rischio cinese da almeno vent’anni. È uscita dalla storia, ora deve riemergere». Parla Tremonti
Tremonti racconta di quando Xi Jinping gli illustrò la sua idea di ordine mondiale e spiega cos'è andato storto in questa parte di mondo: «Dal 1952 l'Ue ha prodotto 397,2 chilometri di norme in Gazzetta Ufficiale. La parola chiave non è competitività, ma libertà»
Il nuovo ruolo della Cina, la crisi del modello europeo e il ritorno della geopolitica nel XXI secolo. Ne abbiamo parlato con Giulio Tremonti, più volte ministro dell’Economia e oggi presidente della Commissione Esteri della Camera. Ma anche osservatore critico, da oltre trent’anni, degli assetti globali.
Presidente, la Cina è considerata l’antagonista sistemico dell’Occidente, e quindi della nostra fetta di mondo: qual è la sua analisi?
«Nel 2009 sono stato invitato a una lezione sulla globalizzazione alla Scuola Centrale del Partito comunista cinese a Pechino, il vero centro del potere cinese. Ebbene, il giorno dopo fui ricevuto dal presidente della Scuola, che era anche vicepresidente della Repubblica».
Parliamo di Xi Jinping, giusto?
«Certamente. E ricordo una frase che mi colpì molto: “I tavoli, per essere stabili, devono avere almeno tre gambe: America, Europa e Cina”».
Una visione tripolare del mondo.
«Esattamente. E sa qual è la cosa curiosa? Che quella stessa intuizione si ritrova persino nel Manifesto di Ventotene».
Un testo da maneggiare con cura, viste le polemiche dello scorso anno, non trova?
«Infatti, so che è un “testo proibito” per la destra. Sia chiaro, io stesso considero sbagliata tutta l’impostazione ideologica comunista che lo attraversa. Tuttavia, nella prima parte, c’è una visione straordinaria. È scritto nel settembre del 1941, con la Wehrmacht alle porte di Mosca, eppure vi si immagina già l’ordine mondiale fondato su tre grandi poli: America, Europa e Asia. Una capacità visionaria impressionante».
Lei pensa che oggi il mondo stia andando davvero verso quell’equilibrio?
«Penso che siamo davanti a un tornante storico. E che molte categorie del passato non bastino più. La globalizzazione come l’abbiamo conosciuta è finita. Siamo tornati alla geopolitica: alla storia, alla geografia, agli interessi nazionali».
E la Cina?
«Mi pare che, oggi, a Marx preferiscano Confucio. La Cina si sta riappropriando di sé stessa. Questo è il punto decisivo per capire la traiettoria cinese. A marzo sono stato in Cina con una delegazione parlamentare e ho avuto ancora più chiaramente questa impressione».
Dall’auto elettrica alle batterie, fino alla manifattura: l’Europa rischia di subire il peso geopolitico ed economico cinese anche dentro i propri confini?
«Il rischio esiste eccome e da almeno vent’anni. Nel 2005 ho scritto un libro che si chiamava Rischi fatali. Il sottotitolo era: “L’Europa vecchia, la Cina, il mercatismo suicida. Come reagire”. La verità è che l’Europa ha pensato che il mondo avrebbe adottato il suo modello. Ma non è andata così».
Dove si è spezzato il meccanismo?
«Tra Maastricht e il Wto, tra il 1992 e il 1994: da una parte in Europa si costruivano l’euro e il mercato unico, dall’altra nasceva la globalizzazione commerciale. I padri europei pensavano che, avendo costruito il Mec, modello esemplare di integrazione mercantile, il mondo si sarebbe unificato sul modello delle regole europee».
Sta dicendo che la realtà ha presentato il conto?
«Mettiamola così: io non ho mai visto un’autorità antitrust a Pechino. A Bruxelles è l’opposto. La Cina vive di aiuti di Stato. E ormai persino l’America fa politica industriale aggressiva. Siamo noi europei a essere usciti dalla storia».
È una critica all’Europa delle regole?
«L’Europa è stata costruita come una serra: regole, vincoli, procedure, controlli. Doveva essere un modello universale. Ma le forze della globalizzazione hanno infranto i vetri della serra».
Oggi però Bruxelles parla molto di competitività.
«Sì, ci sono i rapporti firmati da Draghi e Letta sulla competitività. Ma io mi faccio una domanda: dov’erano tutti questi prima? Per dirla con Einstein: la soluzione dei problemi non la chiedi a chi i problemi li ha creati».
Quale sarebbe allora la vera parola chiave?
«Libertà. Se vai al bar e parli di competitività, la gente non sa cosa vuol dire. Se parli di libertà, ti pagano da bere. In Europa abbiamo sostituito la libertà con una quantità infinita di norme».
Tremonti, cosa intende concretamente?
«Vede, Steve Jobs ha inventato Apple cominciando in un garage. Ebbene, se Guglielmo Marconi oggi operasse in Europa probabilmente finirebbe in galera: violazione del codice del lavoro per mansioni improprie attribuite ai contadini; emissioni radio non autorizzate; violazioni del codice postale; violazione del codice della navigazione, perché ha trasformato l’Elettra da nave da diporto in laboratorio scientifico; violazione delle norme fiscali, perché l’Elettra era la stabile organizzazione in Italia della Marconi International incorporata a Londra. Il problema europeo è che abbiamo soffocato innovazione e iniziativa. Ecco il punto».
Il male dell’Europa starebbe quindi nell’eccesso di burocrazia?
«Le offro un dato curioso: il totale complessivo delle pagine che dal 1952 ai primi mesi del 2024 sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea si sviluppa lungo 397,2 chilometri lineari. L’Europa dovrebbe smettere di scrivere regole, se non quelle necessarie».
E quale dovrebbe essere, invece, la giusta direzione europea?
«L’Europa deve tornare a essere una potenza politica e storica, non soltanto regolatoria. Serve un cambio mentale. Alcuni segnali tuttavia già esistono: gli eurobond per la difesa dell’Ucraina, gli accordi strategici sul nucleare, il Mercosur. Su quest’ultimo punto, anzi, le dico che è un bene che l’Europa abbia assunto una dimensione geopolitica fuori dai suoi confini».
Lei è ottimista?
«Penso che l’Europa debba riemergere. Non è una scelta: è una necessità storica».
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