La decisione dei Ventisette
L’Europa rompe lo stallo: sanzioni ai coloni israeliani in Cisgiordania. Tajani: “Un importante passo avanti”
Il ministro degli Esteri a margine del Consiglio Affari Esteri ha inoltre condannato «le violenze nei confronti dei cristiani sia in Libano, sia in Israele, sia in Cisgiordania», definendole «troppe» e «inaccettabili». «Difendiamo i cittadini ebrei e chiediamo lo stesso rispetto per i cristiani: non si può essere perseguitati per motivi religiosi»
«Si è sbloccata una situazione che era ferma da mesi». Il vicepremier Antonio Tajani pronuncia la frase all’uscita del Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea, mentre i Ventisette formalizzano una decisione rimasta congelata per quasi un anno: sanzioni contro alcuni esponenti del movimento dei coloni israeliani responsabili di attacchi contro comunità cristiane e palestinesi in Cisgiordania. La svolta arriva in una fase delicatissima del conflitto mediorientale, con Gaza devastata dalla guerra, la West Bank attraversata da un’escalation quotidiana di violenze e le capitali europee sempre più divise sul rapporto con il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu.
La fine dello stallo europeo
Lo stallo era dovuto al veto imposto dal leader ungherese Viktor Orbán. Ma il cambio politico a Budapest ha modificato gli equilibri interni all’Unione: il nuovo esecutivo guidato dal conservatore Péter Magyar ha ritirato l’opposizione, consentendo ai ministri degli Esteri di raggiungere un’intesa politica. «Era ora che si passasse ai fatti», ha scritto l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas, rivendicando una linea più assertiva contro «estremismi e violenza».
Le misure restrittive colpiranno individui e organizzazioni legati agli assalti contro villaggi palestinesi, aggressioni che negli ultimi mesi hanno moltiplicato la pressione internazionale su Israele. Parallelamente, l’Unione ha concordato nuove misure restrittive anche contro esponenti al vertice di Hamas, nel tentativo di ribadire che nessuna azione resterà senza conseguenze.
Tajani ha definito il risultato «un importante passo avanti», sottolineando il ruolo svolto dall’Italia nel favorire l’intesa: «Noi abbiamo sempre incoraggiato anche l’Ungheria ad accettare le nostre proposte».
Il nodo commerciale
Il confronto, tuttavia, si sta già spostando su un terreno ancora più sensibile: quello economico. Francia e Svezia hanno chiesto alla Commissione europea di valutare restrizioni commerciali contro i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani illegali. L’ipotesi allo studio comprende dazi doganali e limiti all’importazione attraverso licenze commerciali. Una scelta che trasformerebbe la pressione diplomatica in leva economica diretta. «Vedremo quale sarà la proposta della Commissione, vedremo se servirà l’unanimità o se servirà una maggioranza qualificata», ha spiegato il titolare della Farnesina. Per ora non esiste una decisione formale, ma il dibattito interno all’Unione è aperto.
È necessario precisare che vi è una distinzione chiara tra lo Stato israeliano e la rete degli insediamenti nella West Bank.
La reazione di Israele
La risposta del governo Netanyahu è comunque stata dura. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha accusato Bruxelles di aver agito «in modo arbitrario a causa delle sue opinioni politiche e senza alcun fondamento». Ancora più duro il passaggio sul parallelismo con Hamas: «Oltraggioso è anche il paragone che l’Ue ha scelto di fare tra cittadini israeliani e terroristi di Hamas, un’equivalenza morale completamente distorta».
Tel Aviv considera la decisione europea una delegittimazione politica del movimento dei coloni, componente ormai centrale dell’attuale maggioranza di governo. Non a caso, nella proposta iniziale avanzata da Kaja Kallas comparivano anche i nomi del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Per raggiungere un accordo, Bruxelles ha dovuto rinunciare a inserirli nella lista delle sanzioni.
Pressioni religiose e corridoi umanitari
Nel Consiglio Esteri è emerso anche il tema delle tensioni contro le comunità cristiane in Medio Oriente. Tajani ha parlato di «violenze nei confronti dei cristiani sia in Libano, sia in Israele, sia in Cisgiordania», definendole «troppe» e «inaccettabili». «Nessuno può pretendere di oltraggiare la fede degli altri. Difendiamo i cittadini ebrei e chiediamo lo stesso rispetto per i cristiani: non si può essere perseguitati per motivi religiosi».
Il ministro ha citato i recenti episodi di tensione, tra cui quelli legati alle restrizioni che hanno impedito al cardinale Pierbattista Pizzaballa di accedere al Santo Sepolcro, sollecitando da parte di Israele «segnali concreti».
Nello stesso giorno, la Farnesina ha annunciato l’uscita da Gaza di 72 studenti palestinesi destinati a università italiane attraverso i “corridoi universitari” promossi dal governo italiano. Con l’operazione di oggi salgono a 229 i giovani evacuati dalla Striscia dal settembre scorso.
Due dossier diversi, ma parte della stessa strategia tricolore: mantenere aperti canali umanitari mentre l’Europa fa sentire il proprio peso politico in un conflitto che continua ad allargarsi ben oltre Gaza.
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