I numeri di Bruxelles
La Ue certifica che il deficit è sotto il 3% e asfalta il superbonus grillino. Italia fuori dall’infrazione?
La notizia migliore che arriva da Bruxelles e quella sul deficit italiano, che rispetto alle scorse previsioni del Mef dovrebbe restare sotto la soglia del 3% nel 2026, liberando l’Italia dalle procedure d’infrazione e consentendo investimenti extra rispetto ai vincoli di bilancio del Patto di stabilità. Non lo dice Palazzo Chigi, ma lo dicono le stime primaverili della Commissione europea, secondo cu nel 2026, si prevede una leggera riduzione del deficit, al 2,9% del Pil. Cosa significa? Che la procedura d’infrazione, che sulla base del primo Def italiano sarebbe stata confermata sulla base del rapporto al 3,1, potrebbe essere revocata, . “La possibilità di una revisione al di sotto del 3% del rapporto del deficit sul Pil dell’Italia nella prossima stima Istat-Eurostat c’è. Ci sono continuamente revisioni dei dati tra una notifica e l’altra, vedremo a ottobre cosa produce Istat e come lo valuta Eurostat”, si apprende da fonti a Bruxelles, rispetto al possibile riesame in autunno dell’indebitamento pubblico italiano per il 2025.
Conti e deficit, la Ue promuove l’Italia e si prepara a cancellare l’infrazione
Di sicuro, sul deficit e sul Pil, fa notare il commissario Ue agli Affari economici, Dombrovskis, l’eredità grillina pesa tantissimo ancora oggi. “Il Superbonus pesa sull’aumento del rapporto debito pubblico/Pil dell’Italia”, specifica la Commissione europea nelle previsioni economiche di primavera presentate oggi. “Il rapporto è destinato a raggiungere il 139,2% entro la fine del 2027, rispetto al 137,1% del 2025. L’aumento è dovuto a un differenziale dei tassi di interesse di crescita che incrementa il debito e a ingenti aggiustamenti dei flussi di stock-flusso legati ai crediti d’imposta per la ristrutturazione edilizia che hanno inciso sul deficit negli anni precedenti, mentre l’impatto di riduzione del debito derivante dai surplus primari rimane limitato”, si legge nel documento dell’esecutivo europeo. Il peso delle ristrutturazioni edilizie si sente anche per quanto riguarda il deficit. Nel 2025, il disavanzo pubblico è infatti sceso al 3,1% rispetto al 3,4% del 2024″, specifica la Commissione europea.
Rallenta la crescita, rischi su inflazione
In generale, la Ue traccia un quadro allarmante sullo stato dell’economia dei Paesi membri, causa guerre e crisi energetica. Nel corso del 2025 l’economia ha mostrato un’espansione solida ma disomogenea, trainata dagli Stati Uniti e dalle economie emergenti, a fronte di una dinamica più debole dell’Unione europea. E per i mesi a venire, le prospettive restano incerte, condizionate dall’inasprimento delle tensioni geoeconomiche in Medio Oriente e dal conseguente rialzo dei prezzi dell’energia, che alimentano i rischi al ribasso per la crescita globale. In Italia, infatti, l’attività economica rallenta rispetto al biennio precedente: il Pil italiano nel 2025 si è attestato al +0,5 per cento sostenuto dalla domanda interna, per 1,5 punti percentuali, e dagli investimenti, aumentati del 3,5 per cento sulla spinta delle costruzioni (+1,7 punti percentuali) e degli impianti e macchinari (+1,2 punti percentuali), ma con un contributo della domanda estera negativo di 0,7 punti. Un dato, questo, superiore al +0,2 per cento della Germania ma “sensibilmente inferiore” al +,0,9 per cento della Francia e al +2,8 per cento della Spagna. Non stupisce, dunque, che le previsioni del 2026 traccino un ritmo simile, legato al “peggioramento clima di fiducia soprattutto dei consumatori, fortemente condizionato dagli shock globali”. Il rialzo dei prezzi dell’energia (+9,3% ad aprile), a partire dal petrolio che ad aprile ha toccato i 120 dollari al barile, mette sotto pressione l’inflazione, che pure nel 2025 è rimasta a 1,6 per cento (su tassi inferiori alla media dell’Eurozona del 2,1 per cento), rischiando di pesare sul potere d’acquisto delle famiglie. L’analisi settore per settore conferma andamenti alterni, con i servizi, in aumento dello 0,3 per cento, e le costruzioni che crescono del 2,4 per cento, sostenute dal Pnrr, e la manifattura che invece ha continuato a mostrare segnali di debolezza, con una flessione dello 0,3 per cento (eccetto comparti estrattivo, +9,3 per cento, ed energetico, +6,5 per cento).
Migliorano i conti pubblici, dice l’Istat
In questo scenario, migliorano però i conti pubblici, secondo l’Istat, sostenuti dall’incremento dell’avanzo primario, in aumento allo 0,8 per cento del Pil, e dalla spesa per interessi stabile al 3,9 per cento. L’indebitamento netto cala al 3,1 per cento del Pil (dal +3,4 dell’anno precedente), a fronte di un deficit dell’area euro del 2,9 per cento. Il rapporto debito/Pil si attesta al 137,1 per cento, restando però il secondo valore più elevato nell’area euro dopo quello della Grecia (+146,1 per cento) e superiore alla media europea (+87,8 per cento). La pressione fiscale, intanto, “aumenta al 43,1 per cento, sospinta dal dinamismo di Ires e Iva, mentre l’Irpef segna una netta riduzione. In parallelo i contributi sociali aumentano di oltre 27 miliardi”.
Cresce l’occupazione stabile ma trainano gli over 50
Anche il mercato del lavoro mostra luci e ombre: se da un lato ha proseguito la fase di espansione, caratterizzata da un aumento dell’occupazione stabile e da una riduzione della disoccupazione e dei Neet, restano i ritardi nel tasso di occupazione rispetto alla media europea e i gap strutturali che riguardano donne, giovani e lavoratori del Mezzogiorno. Nel 2025 l’occupazione ha segnato un +0,8%, manifestando però un progressivo rallentamento rispetto ai tassi di crescita del biennio precedente e restando ancora inferiore rispetto a Francia (+6,4 per cento) e Spagna (+12,6 per cento). Il tasso di occupazione arriva quindi al 62,5%, quello di disoccupazione cala al 6,1% (e +5,2 per cento a marzo 2026). Tuttavia, l’Istituto segnala anche come, a trainare questa crescita, siano gli over 50, che negli ultimi sei anni hanno visto crescere il proprio tasso di occupazione di oltre cinque punti percentuali, contro i 3,7 punti delle fascia 35-49 anni e i 2,2 punti degli under 35.
Restano i divari per donne e lavoratori del Sud
Non solo: dalla fotografia scattata dal rapporto Istat emerge un mercato azzoppato da “notevoli divari di genere”: nel 2025, circa la metà dell’occupazione femminile è concentrata in appena 17 professioni mentre la metà di quella maschile è concentrata in 43 professioni. Inoltre, le donne, in qualsiasi profilo si trovino, mostrano livelli retribuitivi più bassi rispetto ai colleghi maschi: la mediana è di oltre 2 mila euro inferiore, se si tratta di occupazione standard, e si attesta a circa 1,8 mila euro se la lavoratrice è vulnerabile. Anche tra i lavoratori occupati nel Mezzogiorno si registrano sistematicamente retribuzioni inferiori rispetto ai lavoratori del Centro-Nord: i lavoratori standard nel Nord guadagnano circa 5 mila euro in più rispetto a quelli nel Mezzogiorno, che hanno una probabilità doppia di percepire una bassa retribuzione oraria (3,2 contro 1,5 per cento).
Giorgetti: “Dati positivi, se si tiene conto del contesto”
“Il periodo che attraversiamo, segnato da turbolenze inedite, è anche quello in cui l’economia italiana mostra dati positivi, quasi sorprendenti se si guarda il contesto. E parlo soprattutto dell’export, cresciuto a marzo del 7% in valore, del 4,2% in volume su base annua. E parlo dei dati sulla movimentazione portuale”, ha detto il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, nel videomessaggio inviato a ‘Deportibus’ festival internazionale dedicato alla portualità, che si tiene a Ravenna da oggi a sabato.
“Il ministro dell’Economia guarda sempre i dati e i dati ci dicono che il Paese ha fondamenta solide. Il compito della politica economica è rafforzarle, facendo della portualità una componente essenziale nella strategia industriale, logistica ed energetica nazionale”, conclude il ministro.
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