Cosa succede alla Gen Z
La radicalizzazione dei giovani online: così i social stanno cambiando politica, religione e identità
La radicalizzazione giovanile, oggi, nasce quasi sempre nella galassia digitale. Non più nelle sezioni di partito, nelle scuole o nei collettivi, ma dentro feed e algoritmi che mescolano politica, intrattenimento e identità religiosa in un cocktail misurato per tenere l’utente incollato al cellulare
La radicalizzazione giovanile, oggi, nasce quasi sempre nella galassia digitale. Non più nelle sezioni di partito, nelle scuole o nei collettivi, ma dentro feed e algoritmi che mescolano politica, intrattenimento e identità religiosa in un cocktail misurato per tenere l’utente incollato al cellulare. È così che TikTok, Instagram e Telegram sono diventati negli ultimi anni i principali ambienti di “formazione” politica, ideologica e culturale per una generazione che raramente ormai passa dalla mediazione delle strutture tradizionali.
I social per informarsi e formarsi
È proprio qui, nel magma della dimensione virtuale in cui la Gen Z vive oggi immersa da capo a piedi – secondo un’indagine Eurostat sul biennio 2023-2024, in Europa circa il 97% dei giovani tra 16 e 24 anni usava i social quotidianamente con una media di oltre 2,5 ore al giorno – che essa si informa e si forma, costantemente sottoposta alla sovraesposizione di ogni genere di contenuto.
I dati del Reuters Institute
Non è infatti un caso che uno studio del Reuters Institute, il Digital News Report del 2024, già due anni fa mostrava che circa il 44% dei giovani europei si informava sulla politica tramite social media, mentre appena il 22–25% era ancora ancorata a mezzi tradizionali quali giornali o Tv come fonte primaria.
Il rapporto Europol sulla radicalizzazione online
Ancora, per fare un esempio più concreto e inquietante, nel rapporto Europol Te-Sat relativo al 2024, si segnalavano ben 58 attacchi terroristici nell’Unione europea, tra completati e sventati, con una crescente incidenza di dinamiche di auto-radicalizzazione online e di piccoli gruppi non strutturati.
Parallelamente, diverse analisi dell’istituto evidenziavano già come la radicalizzazione giovanile avvenisse sempre più spesso in forma individuale, senza legami organizzativi stabili e con un ruolo centrale delle piattaforme digitali nei processi di esposizione e normalizzazione dei contenuti estremi. Ma il punto decisivo, comunque sia, non è solo la crescita del fenomeno: è la sua natura. La radicalizzazione contemporanea produce moltissima intensità simbolica, ma pochissima organizzazione reale.
L’estrema destra digitale: identità, meme e radicalizzazione estetica
Nell’universo della destra online – in particolare nelle sue declinazioni “alt right” – la radicalizzazione assume sempre più spesso una forma memetica e identitaria. Uno studio del Network Contagion Research Institute sul consumo di contenuti politici su piattaforme come TikTok e Instagram mostra infatti che circa il 60-70% dei materiali estremi viene veicolata sotto forma di meme, ironia o contenuti estetizzati, con una forte componente di intrattenimento.
Una “militanza virtuale”
In questo ecosistema, la politica diventa soprattutto linguaggio e appartenenza culturale. La militanza si riduce a una presenza digitale continua: condividere, ironizzare, rilanciare simboli. Anche quando il contenuto è radicale, insomma, raramente si traduce in approfondimento reale, organizzazione strutturata o partecipazione territoriale.
La sinistra antagonista: tra attivazione reale e militanza ibrida
Sul lato opposto dello spettro politico, la dinamica è diversa. Nei contesti della sinistra antagonista e dell’area anarchica europea, la radicalizzazione digitale è infatti più spesso connessa a una rete fisica preesistente. In Italia, Francia, Germania e Grecia, collettivi studenteschi, centri sociali e reti anarchiche utilizzano i social come strumenti accessori di coordinamento e amplificazione, ma riescono comunque a mantenere una dimensione territoriale più solida.
I social come acceleratori
Da questa parte della barricata, insomma, Telegram, Instagram e altre piattaforme non sostituiscono la militanza, ma la organizzano: assemblee, occupazioni, manifestazioni e mobilitazioni restano centrali. Anche nelle recenti ondate di proteste universitarie europee o nelle numerose manifestazioni pro-Pal viste in tutta Europa, i social hanno funzionato come acceleratori di mobilitazione reale, non come surrogati. Tuttavia, anche in questo caso si osserva una trasformazione: la militanza è sempre meno stabile e sempre più intermittente. La partecipazione è fluida, meno strutturata, più legata a eventi specifici che ad appartenenze durature.
Religione digitale e nuove forme di radicalizzazione identitaria
A quanto detto, si aggiunge un ulteriore elemento, più marginale ma sempre più visibile: la rivalutazione religiosa. Se è infatti risaputo che da decenni ormai il web è un campo di reclutamento per l’islamismo jihadista, solo ultimamente in vari ambienti online – soprattutto in Europa e negli Stati Uniti – si osserva allo stesso tempo una ripresa, anche se spesso superficiale, del cristianesimo come identità culturale. Ancora una volta non in forma organizzata, ma come ritorno simbolico del religioso nello spazio digitale.
Il cristianesimo come linguaggio di appartenenza
In particolare, tra i giovani si osserva una riemersione del cristianesimo come identità culturale, spesso svincolata dalla pratica religiosa tradizionale. Non è un fenomeno uniforme, ma una tendenza che è comunque sempre più visibile: contenuti religiosi, riferimenti biblici, simboli cristiani e narrazioni morali circolano sempre più come strumenti di identità generazionale e culturale.
Il discorso, qui, si intreccia e riallaccia a dinamiche politiche più ampie: la religione diventa linguaggio di appartenenza, più che pratica strutturata. Si tratta di una religione usata come marcatore identitario contro secolarizzazione, globalizzazione o multiculturalismo. Anche qui, quindi, la dimensione è soprattutto digitale: croci, riferimenti biblici e simboli religiosi circolano come elementi estetici dentro l’ecosistema memetico.
Disconnessi dal reale
Il tratto comune a tutti questi fenomeni, tuttavia, è la crescente distanza tra radicalizzazione online e militanza offline. Uno studio del 2023 condotto dal ricercatore Mehdi Barati della State University of New York at Albany, per esempio, aveva rilevato che un aumento dell’1% della partecipazione politica online tra i giovani produce soltanto un incremento medio dello 0,12% dell’attività politica offline.
Il risultato che ne deriva è una trasformazione profonda: la politica diventa sempre più presente come esperienza quotidiana digitale, ma sempre meno capace di produrre organizzazione stabile. La radicalizzazione cresce quindi come linguaggio, identità e appartenenza simbolica, ma raramente riesce a sortire effetti reali e a tradursi in strutture durature e incidenti sulle proprie realtà, locali o meno.
L’effetto della disincarnazione della politica
In questo senso, destra e sinistra non sono simmetriche, ma condividono come punto di fondo la progressiva disincarnazione della politica. Da una parte prevale una radicalizzazione estetica e memetica, dall’altra una continuità organizzativa ancora più forte ma sempre più ibridata con il digitale. Il risultato complessivo è una politica fatta di meme e gigabyte anziché di manifesti e riunioni, una politica che si consuma nello spazio del feed: intensa, emotiva, permanente. Ma è proprio questa intensità che rischia di essere inversamente proporzionale alla capacità di costruire militanza reale, sempre più rara. Oltre i naturali – ma ad oggi statisticamente poco rilevanti – pericoli che essa può creare, è questo il grande problema della radicalizzazione online contemporanea. Più che formare nuovi militanti, si producono soprattutto spettatori iper-politicizzati.
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