Come si cambia
La nuova vita dei dialetti: si parlano meno, ma conquistano musica e cinema. Cosa sta succedendo
Le lingue locali sono sempre meno presenti nelle nostre conversazioni quotidiane, ma non sono al tramonto: stanno diventando un codice identitario e stilistico
C’erano una volta i dialetti. Vere e proprie lingue ed espressione di identità. Adesso il panorama linguistico italiano sta subendo una trasformazione profonda. Tanto che in quasi quarant’anni l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia si è ridotto di oltre due terzi, dal 32% nel 1988 al 9,6% nel 2024. Un declino confermato dai più recenti dati Istat, per i quali una dinamica analoga si riscontra nel contesto amicale (dal 26,6% all’8%) e nella comunicazione con gli estranei (dal 13,9% al 2,6%).
Il declino dei dialetti
Nell’ultimo decennio si evidenzia una flessione anche dell’uso misto di italiano e dialetto nei contesti più intimi (familiare e amicale), segnale di un progressivo consolidamento dell’italiano come lingua di riferimento quotidiano. Così quello che è stato per anni un elemento fondamentale della vita quotidiana per milioni di persone appare oggi come un ricordo sbiadito: solamente l’1,3% parla esclusivamente o prevalentemente dialetto in tutti gli ambiti relazionali (-1,4% rispetto al 2015). Eppure parlare di un tramonto della tradizione sarebbe inesatto.
Una fotografia complessa
Negli ultimi anni il quadro linguistico del Paese si è evoluto verso una crescente diffusione della lingua italiana a scapito dell’uso dei dialetti e di un progressivo ampliamento della diffusione delle lingue straniere, seppur ancora limitata nei livelli di conoscenza. La fotografia del fenomeno però è più complessa.
Il dialetto come codice identitario
Il dialetto non è più lingua dominante ma nemmeno una reliquia. Si è trasformato in un codice culturale, in una risorsa espressiva, in un segno identitario che emerge in contesti specifici. Non lo si parla più “sempre” ma lo si usa “quando serve”: per sottolineare, per ironizzare, per appartenere. Insomma il dialetto non è morto, anzi.
Dalla musica al cinema: una cifra stilistica
Nella musica è tornato centrale: dal napoletano al romano, fino al siciliano, il dialetto si presenta come cifra stilistica ed elemento distintivo, come dimostrano il successo di artisti come Sal Da Vinci o Geolier; nel cinema e nelle serie televisive è considerato uno strumento di realismo, basta pensare al successo di produzioni ambientate nel Sud o nelle periferie urbane, da Gomorra e Suburra a Mare Fuori: il dialetto dà profondità ai personaggi, restituisce credibilità, costruisce rappresentazioni che altrimenti apparirebbero finte; anche sui social il suo utilizzo è diventato una tendenza: funziona perché è immediato, ironico, riconoscibile.
Tra i laureati meno del 3% predilige il dialetto per comunicare
Secondo le rivelazioni dell’Istat, inoltre, la scelta della lingua sarebbe fortemente associata al livello di istruzione. Tra le persone di 25 anni e più, l’uso prevalente del dialetto risulta più diffuso tra chi possiede un titolo di studio basso, anche a parità di età. In ambito familiare il 20% di chi ha la licenza media o un titolo inferiore utilizza quasi esclusivamente il dialetto, contro il 2,7% dei laureati; nelle relazioni amicali le quote sono rispettivamente 16,8% e 2%.
L’uso del dialetto è particolarmente esteso tra gli ultrasessantacinquenni con basso livello di istruzione: il 26,1% parla prevalentemente dialetto in famiglia, il 21,9% con gli amici e il 9,6% con gli estranei. Mentre tra gli occupati emergono differenze significative legate alla posizione professionale: il 67,9% di dirigenti, imprenditori e liberi professionisti parla prevalentemente italiano in famiglia, a fronte del 43% degli operai.
Sud e Veneto roccaforti del parlato locale
Guardando alle regioni si delinea poi una geografia precisa, con il dialetto che resta radicato soprattutto nel Mezzogiorno e in Veneto. Se in Liguria e Toscana il 91% dei cittadini utilizza l’italiano come unica soluzione, infatti, in Campania (29%), Calabria (27,8%) e Veneto (24,4%) circa una persona su quattro non rinuncia alla parlata locale. Nello specifico, in Calabria ben 64 persone su 100 utilizzano il dialetto (in forma esclusiva o alternata all’italiano) per conversare con i familiari e un dato simile si registra in Sicilia e Campania (61 su 100). In Lombardia e Piemonte, invece, oltre due terzi dei residenti (67,9% e 68,8%) parlano esclusivamente in italiano.
In Brasile si studia la “lingua veneta”, riconosciuta patrimonio immateriale
A ogni modo, seppure i dati tendano ad accostare la preferenza della lingua italiana a una maggiore istruzione, il dialetto resta preponderante lì dove la cultura locale viene maggiormente custodita. Lo ha spiegato anche Luca Zaia, già presidente della Regione Veneto: «Chi definisce il Veneto un dialetto sbaglia. È una lingua, elemento fondamentale della vita quotidiana per almeno 8 milioni di persone, indipendentemente dalla professione o posizione sociale». E ancora: «Nel Rio Grande do Sul in Brasile basta parlare in Veneto per farsi capire da milioni di persone. Spesso poi incontro immigrati che hanno imparato a dialogare in Veneto prima ancora che in italiano». Non a caso in Brasile il dialetto veneto, o meglio la lingua veneta, è riconosciuta patrimonio culturale immateriale. Mentre proprio in un’università a Rio Grande è attivo un corso accademico per lo studio della lingua.