Le due facce del Dragone
Jimmy Lai in cella, giornalisti espulsi, cattolici perseguitati: ecco la Cina di Xi che certa sinistra continua a idolatrare
Trump incontra Xi Jinping a Pechino promettendo di chiedere la liberazione del fondatore dell’Apple Daily. Ma il caso Lai è soltanto il simbolo di una repressione che colpisce dissidenti, minoranze religiose e stampa indipendente in tutto il Celeste Impero
Esteri - di Alice Carrazza - 14 Maggio 2026 alle 16:04
A Pechino si stringono mani, si firmano intese e si allestiscono passerelle diplomatiche. Ma mentre Donald Trump incontra Xi Jinping nella capitale cinese, il simbolo più eloquente della Cina contemporanea non è nelle stanze del potere: è in una cella d’isolamento di Hong Kong, dove il giornalista e attivista Jimmy Lai attende di conoscere il resto della sua vita.
Il caso Jimmy Lai
L’editore cattolico dell’Apple Daily, uno dei volti più noti della resistenza democratica hongkonghese, è detenuto da oltre cinque anni. Per Pechino è un sovversivo. Per gran parte dell’Occidente che ancora distingue tra autorità e arbitrio, è un prigioniero politico. Il tycoon ha promesso di parlare del suo caso con Xi Jinping. «So che non è un compito facile, ma credo che, se qualcuno può riuscire a liberare mio padre, quello sia il presidente Trump», ha detto la figlia Claire Lai a Newsmax.
Eppure, Jimmy Lai è soltanto il nome più famoso di una repressione molto più vasta.
La Cina delle sparizioni
Secondo la Fondazione Dui Hua, al marzo 2025 erano almeno 7.157 le persone sottoposte a detenzione o restrizioni per motivi politici in Cina. Il database della Commissione del Congresso americano sulla Cina ne censisce 2.755, precisando però che i casi reali sono molti di più.
Dietro i numeri ci sono uomini e donne cancellati dallo spazio pubblico. Peng Lifa, il “Bridge Man” che nell’ottobre 2022 osò appendere striscioni contro Xi Jinping sul ponte Sitong di Pechino, è scomparso dal giorno del suo arresto. Nessuna informazione sul luogo di detenzione, nessuna conferma sulle accuse, nessun processo aperto. In uno dei suoi slogan c’era scritto: «Non vogliamo un leader, vogliamo votare». In Cina, una frase del genere può distruggere una persona.
Stessa sorte per Gao Zhisheng, avvocato cristiano e difensore dei diritti umani, sparito dal 2017 dopo anni di torture, prigioni segrete e detenzioni arbitrarie. Oppure Xu Zhiyong, teorico di una graduale democratizzazione del paese, condannato a quattordici anni per “sovversione del potere statale”. La formula giuridica è sempre la stessa: il dissenso viene trattato come una minaccia alla sicurezza nazionale. Vige soltanto la legge del pensiero unico.
In un articolo del New York Times di ieri, spuntano anche altri nomi. Dong Yuyu, giornalista di 64 anni, è stato condannato a sette anni per spionaggio. Le sue condizioni di salute, aggravate da un sospetto tumore ai polmoni, rendono il caso ancora più urgente. Zhang Zhan, blogger cristiana, finita in carcere per aver documentato i primi giorni della pandemia a Wuhan, quando il regime cercava di blindare informazioni e responsabilità.
Hong Kong, laboratorio della repressione
La parabola di Hong Kong resta, tuttavia, il caso più emblematico. Fino al 2020 la città rappresentava un’anomalia cinese: libertà civili, stampa indipendente, sistema giudiziario distinto. Poi è arrivata la Legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino. Da allora, oppositori arrestati, giornali chiusi, associazioni sciolte e centinaia di migliaia di cittadini emigrati.
Jimmy Lai ha scelto di restare. A febbraio è stato condannato a vent’anni di carcere. A 78 anni, il significato della pena è evidente anche senza retorica.
Nel frattempo la repressione non distingue tra confessioni religiose o minoranze etniche. Protestanti incarcerati, vescovi cattolici agli arresti domiciliari, monaci tibetani detenuti per aver difeso monasteri destinati alla demolizione, intellettuali uiguri come Ilham Tohti condannati all’ergastolo. La Cina tecnologica e iperconnessa continua a governare il pluralismo come una minaccia esistenziale.
Il silenzio controllato
Pechino, però, non teme soltanto gli oppositori. Teme di più chi li racconta. Mentre oltre 260 giornalisti internazionali chiedono l’accredito per seguire la visita di Trump, il numero di corrispondenti stranieri presenti stabilmente in Cina è ai minimi storici dagli anni Settanta. Il Wall Street Journal ha ormai un solo reporter sul campo. Il Washington Post non ne ha più dal 2022. A febbraio è stata espulsa anche Vivian Wang del New York Times.
Il meccanismo è semplice: il visto diventa uno strumento politico. Chi si occupa di economia e investimenti viene tollerato. Chi indaga su diritti umani, leadership o sicurezza interna rischia di dover lasciare il Paese. La Cina apre le porte alle telecamere quando servono alla coreografia diplomatica, molto meno quando potrebbero illuminare ciò che il Partito preferisce tenere nell’ombra.
Ultima notizia
Convegno in Senato
Il Mediterraneo cambia asse, la Sicilia torna ad essere crocevia strategico per l’Italia e per l’Europa
Politica - di Alice Carrazza