Cosa succede in città?
Dalle banlieue ai maranza: il problema delle seconde generazioni che l’Europa non ha voluto vedere
In principio è stata la Francia, poi sono arrivati gli altri: oggi i Paesi europei si trovano a fare i conti con le conseguenze del vuoto di identità e del fallimento delle politiche di integrazione basate sulla sola idea di accoglienza
L’Europa ha scoperto il fallimento dell’integrazione nelle banlieue francesi. L’Italia lo sta scoprendo oggi, forse con qualche anno di ritardo, ma con segnali sempre più evidenti e preoccupanti che arrivano soprattutto dalle seconde generazioni. Appare sempre più chiaro che l’appartenenza a una Nazione non dipende solo da un documento, da un passaporto o da una residenza. Non basta nascere in Europa per sentirsi europei, né crescere nelle nostre città per condividerne automaticamente valori, regole e identità.
Quello che l’Europa non ha voluto vedere
Le rivolte delle periferie francesi del 2005, gli attentati jihadisti del 2015, le aggressioni di Colonia nella notte di Capodanno del 2016, le violenze urbane nelle banlieue di Bruxelles e Marsiglia, l’aumento degli stupri in Svezia e molti altri episodi hanno mostrato all’Europa una realtà ignorata per anni: esistono intere aree urbane dove lo Stato arretra o finge di non vedere, dove l’identità occidentale viene rifiutata e dove una parte delle seconde generazioni cresce sospesa tra il mondo familiare d’origine e il Paese in cui vive.
Il “laboratorio” Francia
La Francia è stata il laboratorio più drammatico di questo fenomeno. Le banlieue sono diventate universi paralleli, tipo il sottosopra di Stranger Things, abitati da figli e nipoti di immigrati provenienti dal Maghreb e dall’Africa subsahariana, dove disoccupazione, marginalità e identità etnica si sono fuse. Non sono soltanto periferie degradate: le rivolte del 1981, quelle del 2005 e perfino il jihadismo europeo nato nelle periferie parigine raccontano una stessa dinamica, segnata da una crescente mancata integrazione.
Lo choc del “taharrush gamea” nelle piazze del Capodanno
Per anni l’Italia ha pensato di essere immune a questi fenomeni, osservandoli quasi come qualcosa di distante. Anche perché il nostro Paese non ha avuto una storia coloniale paragonabile a quella francese sotto alcun punto di vista: di espansione territoriale, di sottomissione dell’altro, di controllo economico che mantiene ancora oggi. I fatti di Milano durante l’ultimo Capodanno hanno rappresentato uno spartiacque simbolico. Le molestie collettive denunciate in Piazza Duomo da giovani italiane, belghe e britanniche hanno riportato in Europa il termine arabo taharrush gamea, già associato alle aggressioni di massa di Colonia nel 2016. Gruppi di giovani di origine afghana e nordafricana hanno accerchiato ragazze isolate, palpeggiandole e terrorizzandole nel cuore di una delle città simbolo d’Italia.
Il fenomeno dei maranza
Negli stessi anni è esploso il fenomeno dei cosiddetti “maranza”: giovani spesso figli di immigrati o di immigrati di seconda generazione, cresciuti nelle periferie urbane italiane e immersi in una cultura fatta di sfida, ostentazione, branco, social network, microcriminalità e ricerca continua dell’affermazione personale. Più che semplice devianza, spesso emerge una profonda crisi identitaria.
Molti di questi ragazzi parlano italiano, frequentano scuole italiane, ascoltano musica italiana e tifano squadre italiane. Eppure non si sentono davvero parte della comunità nazionale. Restano sospesi tra due mondi: troppo occidentali per il Paese d’origine dei genitori, troppo “stranieri” per sentirsi pienamente italiani. In questa terra di nessuno identitaria e autoreferenziale, il branco diventa appartenenza, la violenza diventa linguaggio e la provocazione si trasforma in autoaffermazione sociale.
I dati Istat sulla popolazione straniera in Italia
I dati raccontano una trasformazione strutturale. Secondo l’Istat, al primo gennaio 2026 gli stranieri residenti in Italia sono 5 milioni e 560mila, pari al 9,4% della popolazione. Oltre un milione di minori stranieri vive stabilmente nel Paese e, tra gli 11 e i 19 anni con background migratorio, quasi il 60% è nato in Italia. Numeri che mostrano come l’Italia stia cambiando in modo permanente e non transitorio e che fanno emergere il nodo politico, sociale e culturale: l’integrazione non può essere ridotta a un automatismo burocratico, che riguardi la cittadinanza, il lavoro o un titolo di studio.
La complessità del processo di integrazione
Lo ha sottolineato anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi dopo il caso di Modena del 16 maggio, quando Salim El Koudri — nato in Italia, cittadino italiano e laureato — ha tentato una strage investendo civili innocenti. «L’integrazione è un processo molto più profondo e complesso», ha avvertito, parlando apertamente delle fragilità identitarie delle seconde generazioni.
Il vuoto di identità
L’Occidente contemporaneo ha smesso di trasmettere appartenenza. Le città sono diventate spazi neutri, le Nazioni semplici mercati e le comunità aggregati individuali senza memoria. Il contesto socioculturale ha portato il cittadino italiano a dimenticarsi chi sia, le proprie origini, il proprio percorso, il mito primigenio della nascita di Esperia e la strada che, nei millenni, ci ha condotti fino a qui. In questo vuoto che si contrappone al mito, invece ben radicato, della terra d’origine delle seconde generazioni, crescono rabbia, alienazione e tribalismi urbani. Le generazioni successive alla prima spesso non trovano un’identità forte a cui aderire e finiscono per costruirne una antagonista: contro lo Stato, contro l’Occidente, contro i “bianchi”, contro l’idea stessa di ordine europeo.
L’esempio di Luca Signorelli
Durante l’attacco di Modena, Luca Signorelli si è lanciato contro l’attentatore rischiando la vita per fermarlo. Un gesto istintivo che ha mostrato come, sotto la superficie, esista ancora un popolo capace di reagire, di sacrificarsi e di difendere gli altri. È forse questo il contrasto sociologico più evidente della nostra epoca: da una parte giovani cresciuti nel vuoto identitario, attratti dalla logica del branco e della sopraffazione; dall’altra cittadini comuni che, nei momenti decisivi, riscoprono il senso dell’appartenenza e della responsabilità collettiva.
La nostra società di fronte a un bivio
L’Italia si trova davanti a un bivio: continuare a raccontarsi che l’integrazione sia automatica oppure affrontare il problema reale, costruendo un modello che non significhi soltanto accoglienza, ma anche appartenenza nazionale, rispetto delle regole e reciprocità, la cui unica alternativa possa essere l’intransigenza e il rimpatrio.
Ultima notizia
Cade il tabù
Dopo l’attentato di Modena, il sondaggio smonta l’alibi della cittadinanza: per il 75% un documento non fa un italiano
Politica - di Ginevra Lai