L'editoriale
Da Fieramosca a Signorelli, italiani davvero oltre le “maschere” e la rassegnazione
Luca Signorelli, un italiano qualunque in un sabato qualunque, ha ribaltato tutti i luoghi comuni: incluso quello dell’ineluttabilità del destino di fronte all’odio terroristico
L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 20 Maggio 2026 alle 06:30
Quella frase pronunciata poche ore dopo la tentata strage di Modena – «Ho mostrato che l’Italia non è morta, c’è ancora» – è una di quelle destinata a restare impressa nell’immaginario collettivo. Non certo quello frutto della cosiddetta grande stampa, che si è affrettata (a differenza del Secolo d’Italia e di pochi altri) a rimuoverla dai principali titoli. Parliamo, invece, del racconto generato dalla memoria orale, dalla coscienza popolare. Luca Signorelli, l’uomo che ha fisicamente fermato la furia di Salim El Koudri, col suo gesto ci ha restituito l’etica di un tipo “antico”. Una figura che ritorna ogniqualvolta la storia si prende la briga di riscattare la caricatura che viene fatta spesso, troppo spesso, degli italiani. Anche e soprattutto da parte degli stessi italiani.
Luca Signorelli, un italiano qualunque in un sabato qualunque, ha ribaltato tutti i luoghi comuni: incluso quello dell’ineluttabilità del destino di fronte all’odio terroristico. Il suo corpo a corpo, il sangue delle ferite causate dai fendenti, è il contraltare eroico 2.0 all’insopportabile cliché mutuato dalle maschere della commedia di Plauto e, secoli dopo, da quelle della commedia dell’arte fino ai “prepotenti” dei Promessi sposi: quello dell’italiano un po’ codardo, un po’ arruffone, un po’ viscido. Nella migliore delle ipotesi furbo. Un “topos” su cui per decenni la demagogia anti-italiana, disciplina in cui eccelle certa cultura progressista innamorata del vincolo esterno, ha letteralmente sguazzato.
L’eroe “per caso” di Modena ha riportato al centro un’Italia diversa, ha costretto tutti a “guardare” chi non accetta la rassegnazione. «A volte bisogna rispondere», ha spiegato ripercorrendo il perché del suo gesto. Parole che richiamano fatalmente una delle figure più care, anzi proprio l’archetipo dell’eroe nazionale: Ettore Fieramosca. Il condottiero protagonista della celebre disfida di Barletta del 1503, colui che “rispose”, riscattando – insieme ad altri dodici cavalieri – l’onore italiano contro i francesi che avevano messo in discussione la credibilità delle doti militari dei nostri connazionali.
A proposito di onore. Anche la tempesta della Seconda guerra mondiale ha restituito storie di italiani che hanno risposto al richiamo del dovere. Come Raimondo Vianello che decise di andare volontario nella Rsi «per ribellione» verso la viltà del colonnello comandante. Il motivo lo spiegò lui stesso: pochi giorni dopo il “trauma” dell’8 settembre, il suo superiore «con un piede già sulla macchina carica di roba» lo chiamò per dirgli «a bassa voce come fosse una confidenza: “Vianello, si salvi chi può!”». Come dimenticare poi, sempre nei giorni dell’armistizio, l’eroismo del vicebrigadiere ventiduenne Salvo D’Acquisto che consegnò – accusandosi da innocente di un attentato (in realtà mai avvenuto) – la sua vita alla rappresaglia dei reparti delle SS: tutto questo per salvare quella di ventidue cittadini incolpevoli come lui.
La storia recente, infine, ci ha consegnato altre due storie esemplari e altrettante Medaglie d’oro al valore. Riecheggia ancora il gesto della benda strappata di Fabrizio Quattrocchi e quel suo «vi faccio vedere come muore un italiano» gridato ai suoi aguzzini jihadisti che stavano per colpirlo a morte. Meno di un anno dopo, sempre a Baghdad, fu l’agente segreto Nicola Calipari ad offrire il suo corpo, durante l’operazione di salvataggio, come atto estremo del dovere per proteggere la giornalista Giuliana Sgrena dal “fuoco amico” dei militari americani.
Sono solo alcune delle vicende in cui uomini di ogni estrazione, ordine e grado hanno dimostrato fattivamente – proprio come ha fatto Signorelli – che l’Italia «non è morta». Se è vero allora, per dirla con Thomas Carlyle, che la storia è la «biografia dei grandi uomini», è altrettanto vero che questa Nazione «c’è ancora» e ci sarà proprio perché nel suo cammino ha incrociato tanti italiani fatti così: pronti a donare se stessi in nome di questa grande storia.