Il convegno
Capezzone presenta “Trumpisti o muskisti, comunque fascisti”: la sinistra e la fabbrica dei nemici
Alla Fondazione Alleanza Nazionale la presentazione del libro di Capezzone. Confronto su media, consenso e linguaggio politico tra polarizzazione e crisi del dibattito
+ Seguici su Google Discover“Non solo non ti voglio più ascoltare, ma comincio a considerare normale il fatto che tu possa essere eliminato”. È un giudizio diretto, con cui Daniele Capezzone descrive una sinistra divenuta sempre più intollerante verso chi non ne condivide le posizioni. È emerso nel corso della presentazione del suo libro Trumpisti o muskisti, comunque fascisti. Sinistra a caccia di nemici, che ha riunito a Roma esponenti politici, giuristi e giornalisti nella Sala Convegni della Fondazione Alleanza nazionale.
L’incontro, promosso dall’Associazione M.arte insieme alla Fondazione, si è svolto il 29 aprile davanti a una platea attenta. A portare i saluti Giuseppe Valentino, presidente della Fondazione An, e Vittorio De Pedys, presidente dell’associazione. A confrontarsi con l’autore il senatore azzurro Maurizio Gasparri, i giuristi Stefano Bertolini e Maria Giuseppina Lo Iudice, con la moderazione della giornalista Annalisa Terranova.
Il nemico come categoria
Il volume di Capezzone affronta una dinamica che attraversa il dibattito contemporaneo: la trasformazione dell’avversario in nemico. Non una semplice contrapposizione politica, ma una costruzione narrativa che tende a delegittimare figure e posizioni attraverso etichette totalizzanti.
Nel racconto dell’autore, leader come Trump, Musk, Netanyahu o Milei diventano bersagli simbolici di un linguaggio che riduce la complessità a una parola: “fascista”. Un uso che, secondo Capezzone, finisce per svuotare il confronto e irrigidire il discorso pubblico.
Terranova ha sottolineato come questa impostazione rappresenti una continuità con le precedenti analisi dell’autore, parlando di una “postura demonizzante” che si è estesa dalla politica interna a quella internazionale.
Il ruolo dei media
Uno dei nodi più discussi riguarda il sistema mediatico. Capezzone descrive un circuito chiuso in cui televisione, stampa e social, si alimentano reciprocamente. “I social, nell’ambito italiano, sono gli stessi faccioni della televisione che rimbalzano sul tuo telefonino”, ha osservato.
Da qui la critica a un modello di dibattito percepito come squilibrato. “Bisogna ritornare al meccanismo del contraddittorio uno contro uno, che è la cosa più civile che si possa fare”, ha proposto. Indicando nel confronto diretto una possibile via d’uscita.
Sulla stessa linea l’intervento di Bertolini, che ha parlato di una rappresentazione diffusa e univoca della realtà: “Ovunque vai, si parla male del governo, si parla male di Trump”. Il problema, ha aggiunto, non è la critica in sé, ma l’assenza di equilibrio da parte di chi gestisce il dibattito.
Consenso e legittimità
Gasparri ha riportato il discorso sul terreno democratico, ricordando che il consenso elettorale resta il punto di partenza di ogni analisi politica. “Ci hanno pensato su quattro anni, hanno visto quello che era successo, e lo hanno rivotato. Questa è la democrazia”, ha detto, riferendosi all’elezione di Trump. È stato, dunque in definitiva, il popolo americano ad averlo scelto. Ad averlo eletto per la seconda volta come presidente.
Un passaggio che si inserisce nella riflessione più ampia del libro: la tendenza a spiegare il voto altrui (per la destra) come errore o manipolazione, evitando di confrontarsi con le ragioni che lo producono.
Battaglia culturale
Capezzone ha parlato apertamente di una difficoltà del proprio campo conservatore nel competere sul piano simbolico ed emotivo. Ha citato tre episodi recenti — dall’ascesa mediatica di Francesca Albanese, alle mobilitazioni di piazza fino al referendum — come segnali di una capacità narrativa più incisiva del fronte opposto. “Per tre volte subisci uno sfondamento, anche emotivo”, ha spiegato.
Il tema, più che politico, diventa culturale: comprendere i meccanismi che portano una posizione a imporsi nell’opinione pubblica.
Oltre la polarizzazione
Il convegno si è chiuso senza sintesi concilianti, ma con una constatazione condivisa: il linguaggio della politica sta cambiando. Le etichette sostituiscono l’argomentazione. La contrapposizione prende il posto del confronto.
Resta aperta la questione centrale posta dal libro: se il dibattito pubblico si riduce alla ricerca del nemico, quale spazio resta per una discussione democratica reale?