Ucciso in Nigeria
“Abbiamo eliminato il numero 2 dell’Isis”: Trump annuncia il blitz contro il terrorismo internazionale
Il blitz con le forze nigeriane contro il vicecomandante dello Stato Islamico arriva poche ore dopo il rientro di Trump dalla Cina. Sullo sfondo, la sfida globale con Pechino per il controllo strategico dell’Africa
Esteri - di Alice Carrazza - 16 Maggio 2026 alle 09:31
“Questa sera, sotto la mia guida, le coraggiose forze armate americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa volta a eliminare dal campo di battaglia il terrorista più attivo al mondo”. Donald Trump sceglie ancora una volta Truth Social per dare forma politica e militare a una notte di operazioni che attraversa i continenti. Il bersaglio, per il presidente americano, era Abu-Bilal al-Minuki, indicato come il numero due dell’Isis a livello globale.
Il raid nel cuore del Sahel jihadista
Il presidente americano non ha precisato dove sia stato colpito al-Minuki. I dettagli operativi restano coperti dal riserbo militare, ma il profilo dell’uomo racconta molto della posta in gioco. Secondo i documenti dell’Office of Foreign Assets Control statunitense, era nato nel 1982 nello Stato di Borno, nel nord-est della Nigeria, una delle aree più instabili del continente africano, al confine con Camerun, Ciad e Niger.
È il centro geografico e simbolico dell’insurrezione jihadista che da oltre quindici anni destabilizza l’Africa occidentale. Boko Haram prima, poi le sigle affiliate allo Stato islamico, hanno trasformato il lago Ciad in una retrovia operativa per traffici, reclutamento e guerriglia. “Non terrorizzerà più il popolo africano né contribuirà a pianificare operazioni contro cittadini americani”, ha scritto il tycoon, rivendicando un colpo che, a suo dire, avrebbe “fortemente ridimensionato” la capacità operativa globale del Califfato.
La strategia americana torna in Africa
Il raid conferma una linea che The Donald aveva già inaugurato nei mesi scorsi. A dicembre aveva annunciato un altro attacco contro presunti militanti dell’Isis nel nord-ovest della Nigeria, accusando i gruppi armati islamisti di colpire sistematicamente le comunità cristiane. La questione resta altamente sensibile ad Abuja. Il governo nigeriano aveva inizialmente reagito con irritazione alle dichiarazioni del presidente americano, respingendo l’idea di una presunta inerzia nella protezione dei civili e prendendo le distanze dalle ipotesi di un intervento diretto degli Stati Uniti.
In Nigeria convivono quasi in equilibrio musulmani e cristiani, dentro un sistema federale attraversato da tensioni etniche, dispute territoriali e crisi economiche aggravate dalla desertificazione e dalla competizione per acqua e terre coltivabili. I gruppi terroristici sfruttano proprio queste fratture. L’instabilità del Sahel, acuita dai colpi di Stato militari in Niger, Mali e Burkina Faso, ha aperto spazi enormi alle organizzazioni armate affiliate all’Isis e ad al-Qaeda, mentre l’influenza occidentale, includendo quella europea, nella regione si è progressivamente ridotta.
Un messaggio a Pechino
Trump rientra dalla Cina dopo il faccia a faccia con Xi Jinping e, poche ore dopo, rivendica il raid. Il tempismo qui pesa quanto l’operazione. Per Washington, l’Africa è infatti ormai uno dei terreni decisivi dello scontro strategico con Pechino. La Cina finanzia porti, controlla snodi logistici, investe nelle miniere e costruisce influenza politica dal Corno d’Africa al Sahel. Gli Stati Uniti rispondono giocando la carta che Pechino ancora non può esibire fino in fondo: la forza militare. Capacità di intelligence, operazioni speciali e proiezione globale.
Così il blitz contro Abu-Bilal al-Minuki smette di essere soltanto un’operazione contro lo Stato Islamico. Diventa una dimostrazione di potenza e forse diretta proprio contro il Dragone. “Pensava di potersi nascondere in Africa”, scrive Trump.
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