Intervista al Secolo d'Italia
L’Italia torna a guardare all’Artico: “La Corsa al Grande Nord riguarda anche noi”. Parla Isabella Rauti
Tra cavi sottomarini, sicurezza energetica e competizione geopolitica globale, il Sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti analizza le nuove tensioni nel quadrante artico e il ruolo strategico dell’Europa nello “scacchiere bianco”, a cento anni dal Norge
Il 12 maggio 1926 il dirigibile Norge di Umberto Nobile raggiungeva il Polo Nord, segnando una delle più celebri imprese italiane dell’esplorazione artica. Oggi, a cento anni da quella storica trasvolata, il Grande Nord torna al centro dell’interesse italiano, ma in uno scenario completamente diverso: non più soltanto ricerca e avventura geografica, bensì sicurezza, energia, rotte commerciali e nuovi equilibri geopolitici tra Nato, Russia e Cina. Il Secolo d’Italia ne ha parlato con il Sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti.
L’Italia è pronta militarmente alla sfida dell’Artico?
«L’Italia ha una tradizione scientifica, diplomatica e di cooperazione consolidata nelle regioni polari, ma non solo. Come ho ricordato anche nell’audizione del 29 aprile scorso presso la III Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle dinamiche geopolitiche nella regione dell’Artico, oggi il Grande Nord viene letto dalla Difesa come uno spazio multidominio, in cui le dimensioni terrestre, marittima, subacquea, aerea, spaziale e cibernetica sono sempre più interconnesse.
Le Forze Armate italiane sviluppano già, e non da oggi, capacità operative, addestrative e di proiezione in ambienti estremi assimilabili al “grande freddo”. Le Truppe Alpine, ad esempio, si esercitano nella “Volpe Bianca” e nelle sperimentazioni dei “Campi Alta Quota” sul Monte Bianco. La Marina Militare contribuisce con le campagne scientifiche “High North” di Nave Alliance e, insieme all’Istituto Idrografico, alla sicurezza della navigazione e alla conoscenza dei fondali. In questa prospettiva si inserisce anche il recente varo di Nave Quirinale, nuova Nave Idro-oceanografica Maggiore (NIM), progettata per operare — dal 2027 — nei mari dei due Poli, grazie alla capacità di navigazione in presenza di ghiaccio e di rilievi idrografici ad alta profondità.
L’Aeronautica partecipa alla difesa aerea integrata dell’Alleanza e, a rotazione tra i Paesi Nato, alla protezione dello spazio aereo islandese. L’Italia è impegnata sul fronte della diplomazia, ma le Forze Armate sono addestrate in chiave interforze e con tecnologie avanzate, coerentemente con gli impegni Nato, partecipando a tutte le esercitazioni internazionali nel Grande Nord».
Secondo lei, è già iniziata una nuova Guerra Fredda tra Russia e Nato?
«Il rischio esiste e va analizzato con realismo, senza allarmismi e senza ingenuità. L’Artico non è più il quadrante periferico del cosiddetto “high north, low tensions”. L’invasione russa dell’Ucraina ha spezzato il paradigma anche nel Grande Nord e l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato ha reso l’Alleanza più artica, modificando la geografia strategica dell’Europa settentrionale.
La Russia ha rafforzato la propria postura assertiva e mantiene una presenza militare consolidata, con basi, infrastrutture, capacità navali, rompighiaccio, sistemi di sorveglianza e proiezione della Flotta del Nord, cui si aggiunge la flotta ombra. Anche la Cina, pur non essendo uno Stato artico, persegue una strategia di lungo periodo legata alle rotte commerciali e marittime, alle risorse e alla cosiddetta Via della Seta Polare.
In questo quadro critico, la postura dell’Italia e dell’Alleanza atlantica resta di deterrenza difensiva e di prevenzione, per evitare il rischio di un’escalation. L’obiettivo è preservare l’Artico come area di stabilità, cooperazione e pace, nel rispetto del diritto internazionale e nella consapevolezza che quanto accade nel Grande Nord condiziona gli equilibri globali ed europei».
Ma dietro questa corsa c’è soprattutto una partita economica?
«L’interesse italiano non è riconducibile a una sola dimensione: parliamo di interessi nazionali e di sistema. Sicurezza, energia, rotte commerciali, materie prime critiche, terre rare e strategiche, ricerca scientifica, infrastrutture e industria sono ormai elementi interconnessi.
L’Artico è un concentrato di minerali critici indispensabili per la transizione energetica, la digitalizzazione, le tecnologie avanzate (hi-tech) e le applicazioni dual use. Le nuove rotte artiche, a partire dalla Rotta del Mare del Nord, possono incidere sui traffici globali, sui tempi e sui costi di collegamento tra Asia ed Europa.
Questo riguarda anche il Mediterraneo, perché Artico e Mediterraneo non sono più due spazi “liquidi” separati, ma parti della stessa geografia strategica. Per un Paese manifatturiero, marittimo ed esportatore come l’Italia, ogni pressione sulle catene di approvvigionamento, sui traffici globali o sulle infrastrutture critiche ha ricadute dirette.
Per questo l’interesse nazionale italiano nel Grande Nord è insieme securitario, economico, scientifico, industriale e ambientale».
Che spazio può ritagliarsi davvero l’Italia in uno scenario dominato dalle grandi potenze?
«L’Italia non è uno Stato artico e non misura il proprio ruolo secondo i parametri dei big player extraeuropei. Il nostro contributo è diverso, ma niente affatto marginale. Siamo alleati della Nato, parte dell’Unione europea, membri osservatori nel Consiglio Artico dal 2013 e abbiamo una tradizione polare, scientifica e industriale riconosciuta.
Il Governo italiano ha pubblicato il 16 gennaio scorso la nuova “Politica Artica Italiana. L’Italia e l’Artico: i valori della cooperazione in una regione in rapida trasformazione”, che aggiorna le Linee guida del 2015 e rafforza l’approccio di Sistema Paese. Il documento — coordinato dal Maeci con il pieno coinvolgimento del Mur e del ministero della Difesa — intreccia gli aspetti di sicurezza, ricerca scientifica, diplomazia e sviluppo economico.
È un passaggio che dà continuità e metodo alla presenza italiana nel Grande Nord: non una somma di iniziative separate, ma una cornice nazionale capace di coordinare competenze, responsabilità e strumenti diversi, in coerenza con il nostro ruolo in Europa, con il quadro euro-atlantico e con gli interessi strategici del Paese.
L’obiettivo è rafforzare le nostre capacità e competenze, essere un riferimento per la comunità artica e un interlocutore fondamentale nell’ambito dell’Unione Europea, che non ha lo status di osservatore nel Consiglio Artico».
Dopo i sabotaggi alle infrastrutture europee, teme che la guerra ibrida possa arrivare anche lì?
«La minaccia ibrida è uno dei profili più rilevanti del nuovo scenario. La maggiore accessibilità dell’Artico espone l’area non solo a competizioni economiche, ma anche a pressioni sulle infrastrutture critiche: cavi sottomarini, gasdotti e dorsali digitali.
La Difesa sta consolidando i sistemi di monitoraggio nei domini tradizionali e negli ambienti emergenti per proteggere le infrastrutture critiche, in particolare quelle sottomarine e spaziali. In questo quadro, COSMO-SkyMed — sistema satellitare italiano di osservazione della Terra sviluppato in cooperazione tra Ministero della Difesa e Agenzia Spaziale Italiana — rappresenta una capacità particolarmente rilevante.
Grazie alla tecnologia radar, consente un monitoraggio H24 dell’ambiente artico, anche in condizioni di scarsa illuminazione e meteo avverso, tipiche delle alte latitudini, contribuendo alla sorveglianza delle attività umane e alla protezione delle infrastrutture critiche.
In Artico la sicurezza non è garantita soltanto dalla presenza dello strumento militare, ma dalla capacità di prevenire e leggere le minacce, integrando sistemi civili e militari. La Difesa contribuisce in chiave interforze, con la dimensione marittima e subacquea, il monitoraggio spaziale, la formazione e l’addestramento, la cooperazione scientifica e la collaborazione industriale e interagenzia.
È una logica di difesa completa, o “total defence”, e “dual use”: tutti gli attori insieme per una risposta integrata e di sistema.
L’Artico è ormai un quadrante nevralgico perché obbliga a guardare oltre le geografie tradizionali e a misurare la capacità degli Stati di anticipare i cambiamenti, proteggere i propri interessi e contribuire alla stabilità internazionale. Per l’Italia significa continuare a investire in conoscenza, presenza qualificata e cooperazione, con una Difesa capace di operare in raccordo con istituzioni, ricerca e industria».
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