Un anniversario di tutti
2 giugno, scioperi, biciclettate e falsi miti: perché dobbiamo liberare la Festa della Repubblica dalla narrazione retorica
Tra contestazioni alla parata e letture di parte, l'ottantesima ricorrenza della giornata nazionale diventa l'occasione per riscoprire la vera sostanza della data, oltre gli pseudo-miti della sinistra
Tra le biciclettate di chi contesta la parata militare (e quindi una porzione significativa della nostra italianità), le interpretazioni “di parte” (dimenticandosi del contributo degli ex della Rsi, con lo storico accordo a favore della Repubblica tra Pino Romualdi, ex vicesegretario del Partito Fascista Repubblica, e Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano) ed il ruolo “straordinario e determinante” delle donne al referendum monarchia-repubblica (quasi che la scelta a favore della Repubblica avesse una valenza “femminista”) l’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana è un’occasione importante per “ritrovare” il senso condiviso di una Storia, che appartiene a tutto il popolo italiano, ben al di là ormai degli schieramenti politici ed ideologici.
2 Giugno 2026, l’ottantesimo anniversario della Repubblica all’ombra del passato
“Condividere” una data, il 2 giugno-Festa della Repubblica, non significa però sottovalutare o non considerare la sostanza del nostro essere Nazione. I valori che essa richiama. La nostra Storia. L’idea che abbiamo della nostra Unità. L’idea di Nazione è certamente “proiezione” identitaria, ma anche capacità quotidiana di essere percepita nel cuore e nelle menti delle persone che la compongono, a partire dalle ragioni stesse del nostro stare insieme come Stato unitario.
Altro che retorica o narrazioni da rinnegare: una data che si fonda su storie comuni
È qui che bisogna trovare la sostanza del nostro essere nazione, che ha tutt’altro che un valore retorico, perché si fonda ormai su storie comuni. Su comuni linguaggi. E su modelli di vita assimilabili e simboli riconoscibili, che nessuno intende rinnegare. E questo perché è fatta di culture sovrapposte, di famiglie intrecciate nel complesso viaggiare tra Sud e Nord, tra cognomi che si mischiano e sfumano l’originaria appartenenza, tra usi e gastronomie che si confondono.
Alla ricerca del comune denominatore dell’immaginario collettivo
Allora, proviamo/provate a sentire e a vedere questa nostra Italia fuori dalla retorica dell’ufficialità, del rito imposto, cercando di scoprire tutto ciò che ci unisce in termini suggestivi, di “immaginario collettivo”, piuttosto che ciò che ci divide in ragione di tante storie diverse e divise. In questo ambito ci piace ricordare l’analisi di un intellettuale anticonformista, ma non fazioso, quale è stato Giano Accame, autore, nel 2000, di una Storia della Repubblica, che rimane un importante riferimento per fare i conti, in occasione del 2 giugno 2026, con i passaggi epocali della nostra Storia nazionale.
Il 2 giugno sulle orme della lettura di Giano Accame
Accame non fa una scelta “di merito”, anche se evidentemente ha un’idea ben chiara dell’Italia che avrebbe potuto essere e non fu. A cominciare dal tema cruciale della Resistenza, “fondamento” – si dice – della Repubblica, che egli reinterpreta in termini inusuali. Senza nulla concedere alla vulgata e alla retorica tuttora correnti, rimarcando la forza d’inerzia e l’istintiva diffidenza degli italiani verso gli ideali e gli uomini della Guerra Partigiana, che – egli scrive – dietro forme d’abulia e di culto del particolare privarono il Paese, archiviando l’Idea di Nazione, dell’«… unico dinamico aggregato di passioni civili che le vicende storiche avevano lasciato ancora disponibile al servizio del Paese dopo la caduta del fascismo».
Anche rispetto ai partiti politici e quindi alla partitocrazia, giudicata spesso per i suoi tratti ultimi e degenerativi, Accame invita – in premessa – a non dimenticare il fervore comunitario che animò, nella vita postbellica, le sedi dei partiti. E il fatto che è anche attraverso le segreterie dei (deprecati) partiti politici e delle loro classi dirigenti che passò la volata della Ricostruzione.
Al di là di ricostruzioni retoriche e tesi preconcette
Sul versante economico l’autore di Storia della Repubblica non sposa tesi preconcette. Erede di una visione “nazional-sociale”, partecipativa e dirigista. Fotografa la linea liberista della fase postbellica, linea sostanzialmente vincente, in un «mercato delle occasioni», che chiedeva prontezza e flessibilità, giudicando il Piano Marshall, con gli aiuti statunitensi all’Europa, una sorta di «catena d’oro», meno pesante di quella che gravava sui Paesi caduti sotto il dominio dell’Unione Sovietica. È attraverso i diversi tasselli di un quadro complesso, nel quale si sommano fattori politici, economici e culturali, che viene offerta la possibilità di una lettura sincrona della Storia italiana dal 1946 agli Anni Novanta del ‘900, nella quale non c’è spazio per facili determinismi e moralismi.
Accame, un lettore critico partecipe delle vicenda nazionali
Uomo “di destra”, Accame non si sente un combattente tra le rovine, secondo una visione cara a certo tradizionalismo. Quanto piuttosto un lettore critico, ma partecipe delle vicende nazionali, sulle quali pesano, in origine, le debolezze “strutturali” della Repubblica, nata nel 1946. Da questo punto di vista Una storia della Repubblica ha un’utilità di fondo: in un’Italia dalla memoria corta, più attenta alle cronache che alle sue vicende storiche, essa evidenzia i dati reali di una crescita economica e sociale contraddittoria e disorganica, con le cui debolezze (e le pesanti eredità) gli italiani debbono costantemente fare i conti, non disgiunta da una sostanziale gracilità politico-costituzionale.
Festa del 2 giugno, tra le righe e nel dettaglio di una “rilettura”
Accame le evidenzia nel dettaglio. Dall’abnorme sviluppo della situazione previdenziale (che, nel corso degli Anni Settanta del ‘900, ha visto crescere le pensioni d’invalidità sino a superare quelle di vecchiaia), alla crisi del sistema giudiziario (con l’abnorme lievitazione dei delitti contro il patrimonio, largamente impuniti, e con il consolidarsi della cosiddetta criminalità organizzata). E ancora. Dall’aumento del debito pubblico («Si devono a Stammati – scrive Accame – col pieno accordo di Ferdinando Di Giulio, ministro ombra del Pci, i decreti per ripianare i debiti dei comuni, aprendo una voragine nel bilancio dello Stato»), agli anni del dissesto cronico e degli scandali (espressione del “caso Italia”, misto di crisi istituzionale e degrado della funzione politica, in una soffocante commistione d’interessi pubblici, partitocratici e privati).
Tutto punteggiati dallo scandalo Lockheed (legato alla vendita all’Italia di quattordici aerei militari), dai grandi scandali della chimica e delle partecipazioni statali (Montedison), dal caso Sindona (esemplare connubio tra finanza vaticana, potere politico e ambienti di mafia italo-americana). Fino all’Irpiniagate, con la pessima gestione dei fondi per il terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980.
Ad emergere – alla fine del lungo itinerario, proposto da Accame – un’Italia che ha “galleggiato”, per usare un’immagine proposta, in uno dei suoi storici “Rapporti”, dal Censis. Un galleggiamento che – per decenni – si è via via cronicizzato, ben al di là dei governi. Delle diverse stagioni politiche,. E delle crisi internazionali. Mentre tra la fine della Prima Repubblica ed i passi incerti di quella che è stata annunciata come la Seconda, si è confermata quella linea di sostanziale “precarietà” politica che aveva segnato gli anni dal 1948 al 1994 e che – possiamo dire oggi – solo grazie al Governo Meloni ha realizzato una stabilità, per decenni cercata ma mai realizzata.
I nodi al pettine
In questo contesto non vanno peraltro negati i progressi sociali compiuti tra Anni Cinquanta ed Anni Novanta (dall’allungamento della vita media, alla moltiplicazione e diffusione dei redditi. Dall’estensione della proprietà della cas,a all’aumento della scolarità, maschile femminile. Fino all’unificazione linguistica del Paese). Senza tuttavia perdere di vista i nodi “strutturali” della Repubblica nata nel 1946: identici i problemi sul tappeto (seppure in un contesto fortemente segnato dal ruolo dell’Unione Europea). Irrisolta la spaccatura tra un Nord competitivo ed un Sud in affanno. Ricorrenti i fenomeni di corruzione. Persistente l’insofferenza per l’eccessiva pressione fiscale. Soffocante la burocrazia, resa ancor più invasiva da un regionalismo disorganico e contraddittorio.
Da qui – al di là di ogni retorica celebrativa – bisogna partire per guardare al futuro dell’Italia con una maggiore consapevolezza dei propri limiti e delle proprie potenzialità. Consapevoli del percorso compiuto. E delle sfide che ci stanno di fronte.
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