Sinistra allo sbando
Starmer in caduta libera: lo scandalo Mandelson-Epstein lo trascina nel caos. Ecco cosa sta succedendo in Gb
Il voto su un’indagine etica e le accuse di pressioni sul Foreign Office mettono sotto assedio Downing Street. L'ex ministro dell'Interno conservatore, James Cleverly lancia la battuta a Starmer: “Se è sicuro della sua posizione, non dovrebbe avere nulla da temere”
+ Seguici su Google Discover“Domani è pura politica e dobbiamo restare uniti contro tutto questo”. Con queste parole il premier laburista britannico Keir Starmer ha chiesto lunedì sera ai deputati di sinistra di salvarlo dal voto che oggi, martedì, può spingerlo davanti alla commissione per i privilegi della Camera dei Comuni. A Westminster non si discute più del programma del governo, ma della sua sopravvivenza.
Il caso è quello della nomina di Lord Peter Mandelson ad ambasciatore britannico negli Stati Uniti, poi travolta dalle ombre sui controlli di sicurezza, dai legami con Jeffrey Epstein e dalle accuse di pressioni esercitate da Downing Street sul Foreign Office. I conservatori chiedono che il premier venga indagato per aver fuorviato la Camera quando sostenne che il processo aveva seguito il “pieno giusto procedimento” e che non vi era stata “alcuna pressione” sui funzionari.
La crepa nel governo Starmer
La vicenda pesa però ben oltre il perimetro parlamentare, toccando il centro della proiezione estera britannica: l’ambasciata a Washington. E lo fa nel momento in cui Londra stenta a trovare un canale stabile con l’amministrazione Trump. Mandelson fu una scelta politica ad alto rischio: oggi, è inevitabile pagarne il prezzo in termini di credibilità negli Usa.
Sir Philip Barton, ex capo del Foreign Office, ha detto alla commissione Affari esteri di essersi visto “presentare una decisione” e di essere stato invitato a procedere rapidamente. Ha aggiunto che “l’ordine normale è prima il controllo di sicurezza e poi l’annuncio” e che i tempi furono “guidati e decisi dal Numero 10” nella scala di comando. Una ricostruzione che mette in difficoltà il premier, perché conferma l’urgenza politica imposta internamente.
Sir Olly Robbins, licenziato dopo aver autorizzato Mandelson nonostante le riserve emerse, ha parlato di “pressione costante” e di un approccio “sprezzante” verso i controlli. Starmer si dice “furioso” per non essere stato informato, ma l’effetto è opposto a quello cercato: lo scontro con la pubblica amministrazione allarga la frattura tra Downing Street e l’apparato statale.
Un premier allo sbando
Il governo ha imposto ai deputati laburisti il massimo vincolo di disciplina, ordinando compattezza contro la mozione della destra. Una scelta che l’opposizione presenta come la prova della debolezza del premier. Non a caso, l’ex ministro dell’Interno conservatore, James Cleverly, ha detto al The Telegraph: “Se è sicuro della sua posizione, non dovrebbe avere nulla da temere”.
Il parallelo con Boris Johnson poi è inevitabile. Fu proprio Starmer, nel 2022, a chiedere ai Tories di “fare la cosa giusta” e votare nell’interesse nazionale sul Partygate. Oggi la stessa commissione che contribuì alla fine politica di Johnson potrebbe diventare il terreno su cui misurare la tenuta del leader laburista.
Dentro il partito laburista, intanto, cresce il gelo. Fonti parlamentari parlano di inerzia, di decisioni rinviate, di ministri che calcolano cosa fare dopo. La data del Discorso del Re, fissata al 13 maggio, sei giorni dopo le elezioni locali, viene letta da molti deputati come una manovra per spostare l’attenzione da un risultato che il partito teme pesante.
La crisi prima delle urne
Il punto politico è ormai scoperto. Starmer è arrivato al potere promettendo competenza, disciplina e serietà istituzionale, si è rivelato invece l’opposto. Un classico della sinistra. Ora deve difendersi dall’accusa, proprio mentre il Regno Unito brancola nel buio, dal costo della vita all’immigrazione incontrollata.
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