A chi giova?
Roma Capitale, bilancio, referendum: il Pd sceglie sempre la fazione (e il quadrante della “stupidità”)
Logiche interne al partito, logiche di competizione nel campo largo, logiche di affermazione identitaria come opposizione per i dem continuano a prendere il sopravvento sulle logiche di interesse nazionale
+ Seguici su Google DiscoverIn queste ore lo scostamento di bilancio e Roma Capitale; ieri – politicamente parlando – il referendum sulla Giustizia. Tre questioni di primaria importanza per l’Italia, su cui il Pd ha dato prova con le sue scelte di preferire sempre, come si dice, la fazione alla Nazione. I tre casi sono particolarmente emblematici non solo per la portata dei provvedimenti, ma per il fatto che i dem, come corpo unico o nelle loro articolazioni interne, si sono sottratti a un atteggiamento di responsabilità aggrappandosi a dei pretesti: pur condividendo la sostanza hanno scelto di mettersi di traverso e, nel caso di Roma Capitale e del referendum, di fatto di affossare le riforme. Logiche interne al partito, logiche di competizione nel campo largo, logiche di affermazione identitaria come opposizione per il Pd continuano a prendere il sopravvento sulle logiche di interesse nazionale.
La posizione sullo scostamento di bilancio
Il Pd è d’accordo con lo scostamento di bilancio, ma ha scelto di non dare un segnale di responsabilità perché a suo dire lo scostamento dovrebbe finanziare sanità, scuola, sostegno ai redditi, politiche green e chi più ne ha più ne metta. Una misura così straordinaria, che si giustifica solo con la congiuntura straordinaria che stiamo vivendo, dovrebbe ad avviso dei dem essere finalizzata a spese ordinarie. Qualcosa che non solo non può reggere di fronte a Bruxelles, ma che porterebbe all’effetto di vanificare tutti gli sforzi fatti in questi anni per ridare credibilità ai conti pubblici italiani, dopo il nefasto periodo di “pantalone paga” che ancora presenta il conto. In un momento in cui l’Italia fronteggia le particolari difficoltà poste dalle crisi internazionali, il Pd sceglie con i suoi sodali una linea demagogica che è buona per la propaganda – sanità vs spese militari e di sicurezza suscita certo un’accattivante suggestione – ma non porta da nessuna parte il Paese.
L’astensione su Roma Capitale
Anche su Roma Capitale il Pd è d’accordo, ma ha chiarito apertamente che non lo avrebbe votato per evitare che diventasse un successo del governo. Il deputato dem Roberto Morassut, uno che a Roma ha fatto l’assessore con Veltroni, ha detto in Aula che «la prima motivazione» per cui il suo partito si è astenuto è che «il governo ha tentato di appropriarsi dell’intera paternità della riforma, facendone uno strumento di propaganda». Non la vede così il sindaco dem di Roma, Roberto Gualtieri, che a luglio dello scorso anno, quando il Consiglio dei ministri approvò il disegno di legge costituzionale, volle ringraziare «il presidente del Consiglio Meloni e il ministro Casellati per avere approvato un testo tanto importante», per la «forte volontà politica» dell’esecutivo di portare a compimento il percorso e per la «interlocuzione serrata con il sindaco», cioè lui, che ha favorito l’iter. Tanto che anche Gualtieri, di fronte all’astensione di ieri del Pd, che rischia di compromettere gravemente l’iter costituzionale, è rimasto spiazzato e si è trovato costretto a destreggiarsi tra il sostegno alla legge e il pretesto con cui il Pd ha deciso di non assicurarlo, vale a dire l’attesa della legge ordinaria sulla definizione di poteri e risorse che, per stessa ammissione di Morassut, è già «in uno stato avanzato».
La politicizzazione del voto sul referendum
Infine il caso referendum, di cui si è detto così tanto e così tanto a lungo che è anche tedioso tornarci, ma sul quale basterà ricordare le parole di Goffredo Bettini sul fatto che «mi sono espresso più volte a favore della separazione delle carriere. La formulazione della legge proposta dal governo include questa misura, ma oggi il dibattito è così politicizzato che il voto è diventato un sì o un no a Giorgia Meloni». Quindi il suo sì diventava un no. Una “sensibilità”, chiamiamola così, che è emersa ampiamente tra Nazareno e dintorni e che ha portato alla feroce campagna referendaria e al risultato che conosciamo.
Il “diagramma della stupidità” applicato alle scelte del Pd
In tutto ciò non risulta che il Pd, affossando o tentando di affossare misure necessarie per il Paese, ne abbia tratto un reale giovamento, qualcosa che possa andare oltre il puntellamento momentaneo di qualche posizione o di qualche rendita di posizione. Anzi, semmai a ogni passo si è consegnato sempre più nelle mani del suo principale competitor, il M5S del giustizialismo, delle spese allegre e della propaganda cieca. Così che viene in mente il famoso “Diagramma della stupidità”, che colloca le scelte politiche dei dem nel quadrante della stupidi rispetto agli italiani (“danno per sé” e “danno per gli altri”) e degli sprovveduti rispetto ai pentastellati (“danno per sé” e “vantaggio per gli altri”).
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