L'editoriale
Meloni e l’amico americano: dalla premier lezione di sovranità e correttezza
«L’Occidente si fa in due». Giorgia Meloni lo ha affermato più volte, l’ultima durante la sua informativa, indicando i vincoli storici e gli interessi strategici che legano le due sponde dell’Atlantico e la necessità culturale e geopolitica di tenere saldo l’asse “con o nonostante” il ciclone Trump. Dall’altra parte però, così è tornata sul tema, quando si è amici «e quando si hanno degli alleati, bisogna anche avere il coraggio di dire quando non si è d’accordo, che è quello che faccio ogni giorno, perché credo che questo faccia bene, all’Europa, agli Stati Uniti e all’Occidente in generale». E così è stato, per la premier, ogniqualvolta è stato necessario puntualizzare la posizione italiana nei confronti dell’amministrazione Usa: sui dazi, sulla crisi in Groenlandia, sui nostri caduti in Afghanistan, sulla guerra in Iran. E, in ultimo, a difesa di papa Leone XIV e del ruolo del verbo cattolico contro le «parole inaccettabili» pronunciate da Donald Trump.
Una postura limpida, coerente, radicata in una precisa etica politica. Nessuna opposizione con le sue strumentalizzazioni, infatti, è riuscita a disarticolare il suo atlantismo; nessun partner straniero, nemmeno il più forte, è riuscito a piegare la sua difesa della sovranità nazionale. La prova del nove? Le parole, dure, di Trump nell’intervista del Corriere della Sera nella quale ha definito «inaccettabile» il comportamento di Meloni a difesa di Prevost e soprattutto contro il sostegno all’operazione militare in Iran. Il tutto pochi minuti dopo l’altra grande notizia delle ultime ore: la sospensione del Memorandum di intesa Italia-Israele. Decisione stabilita, sempre secondo la presidente del Consiglio, «in considerazione della situazione attuale»: ossia dell’escalation israeliana in Libano con l’aggravante dei nostri militari, inquadrati nell’Unifil, presi di mira dalle truppe dell’Idf.
Siamo in presenza di un clamoroso strappo nei confronti di Stati Uniti? Di certo non da parte italiana che ha ribadito – anche attraverso i capigruppo di FdI Bignami e Malan – l’amicizia e l’alleanza con Washington «a prescindere da chi governa». Questo significa, come chiarito a sua volta dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che riguardo all’amministrazione americana non sono accettabili «né separazioni isteriche né la sottomissione». E l’Italia, in questa congiuntura così delicata, è stata di parola. Giorgia Meloni, con generosità e tanto stoicismo, non ha assecondato la posizione anti-trumpiana di certi partner Ue (e delle opposizioni italiane) che intendono la politica estera come un diversivo per ricalibrare la propria immagine offuscata dalle crisi interne. Ma non ha accettato, allo stesso tempo, i motu proprio dell’amministrazione a stelle e strisce sul capitolo mediorientale: di qui i “no”, in serie, al tycoon. Fra cui il luogo simbolo di Sigonella.
Una posizione tanto delicata quanto difficile, dati gli scossoni continui di questa «terza Guerra mondiale a pezzi». Eppure Meloni, senza pensare al consenso facile, non ha mai deviato da questa impostazione «testardamente occidentale»: quella che intende tenere insieme il blocco Ue-Usa davanti alle sfide dei vecchi-nuovi regimi, del terrorismo globale e del sistema Cina. Nell’interesse dell’Europa, soggetto indebolito (per ragioni endogene) della catena, dunque dell’Italia. È avvenuto così sul tema della difesa dell’Ucraina, di Gaza e dei dazi. Appuntamenti dove il ruolo “di pontiera” della premier italiana fra Ue e Stati Uniti è stato più che prezioso: ha tenuto dentro politicamente un’Ue destinata altrimenti a subire lo smacco senza interlocuzione; e ha permesso anche agli States di avere negli europei dei partner pronti ad assumersi le proprie responsabilità. Che vista dall’ottica europea significa passi importanti nella definizione della tanto agognata autonomia strategica.
Nel pieno della tempesta energetica e della crisi del multilateralismo Giorgia Meloni ha agito, dunque, da statista matura: senza colpi di testa né colpi di scena. Ecco perché alcune letture e alcuni commenti a corredo dell’attacco ricevuto da Trump appaiono quantomeno ingenerosi se non dei veri e propri atti di sciacallaggio. Un fatto che non entra proprio in testa ai suoi avversari e ai commentatori di accompagnamento, ad esempio, è che Meloni non ha «guru». Tantomeno stranieri. La sua traversata, la sua ascesa, la sua vittoria sono il prodotto di un percorso politico originale, tracciabile, assolutamente meritocratico. Non ci sono «internazionali sovraniste» a cui attingere o a cui legare il proprio destino. Non ci sono sottomissioni, se non quella all’interesse nazionale. Questo vale per tutti: inclusi partner e alleati. I patti sono chiari per chi vuole un’amicizia lunga.
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