Il dibattito
La nuda verità non deve far paura: la storia d’Italia è gloriosa perché è complicata
Ciò che è stato non va affrontato con il torcicollo o con il filtro del presente, ma con distacco e rigore riconoscendo luci e ombre: la memoria storica di un popolo dovrebbe essere il più possibile asettica e distaccata
+ Seguici su Google DiscoverContinuiamo a scavare nell’ottantesimo anno dal 1946. Dobbiamo però iniziare dal lontano 1909, quando in Europa le uniche Repubbliche erano Francia, Svizzera e San Marino, e a modo suo Andorra. L’anno dopo si aggiunse al corto elenco il Portogallo, deponendo il re. Nel 1910 c’erano queste monarchie: Spagna; Gran Bretagna e Irlanda; Olanda; Monaco; Belgio; Lussemburgo; Danimarca e dipendenze; Svezia; Norvegia; Germania, Impero federale con all’interno una trentina di troni; Russia con Granducato di Finlandia, e, ma solo di nome, Regno di Polonia; Liechtenstein; Austria e Ungheria, in complessa unione; Romania; Montenegro; Serbia; Grecia; Bulgaria; Turchia con Macedonia e Albania; e il Regno d’Italia. Non parliamo, in questa sede, di territori e confini, nettamente diversi dagli attuali.
Nel 1918, per effetto della guerra o di rivoluzioni interne, erano cadute le monarchie e l’Impero federale di Germania; e Austria; Russia con Finlandia e Polonia; Montenegro. L’Ungheria, ridotta di due terzi, si proclamerà Regno, ma senza re; e una sorte simile toccherà alla Spagna dal 1939 al ’75. Nacque un Regno d’Albania; la Serbia si estese a Regno di Iugoslavia; la Turchia, ridotta alla sola Anatolia e un tratto di Tracia, e dichiaratasi Repubblica, depose il sultano, con la seguente morte del quale venne meno anche il califfo dell’islam.
Il Regno d’Italia, uscito vincitore dalla Prima guerra mondiale, si trovò accresciuto di Trento, Bolzano, Venezia Giulia, Istria, Zara, poi anche Fiume; e di Rodi e Dodecaneso in aggiunta alle colonie africane di Somalia, Eritrea, Libia. Il sovrano, Vittorio Emanuele III, regnante dal 1900, e che fu, dal 1922 ai fatti del 1943, in perfetta sintonia con il governo fascista, divenne nel 1936 imperatore d’Etiopia, e nel 1939 anche re di Albania.
Fu vera gloria? Vera ma breve. Fino alla primavera del ’43, le sorti della Seconda guerra mondiale erano state ancipiti, finché non fu pesantemente colpito il territorio nazionale; e, nel luglio, avvenne lo sbarco angloamericano in Sicilia; il 19, il bombardamento di Roma. Il 25, l’onnipotente Mussolini si trovò messo in minoranza dai gerarchi fascisti; poche ore dopo, dimissionato e arrestato dal re. Se le due operazioni fossero solo concomitanti o frutto di qualche coperta intesa, è ben difficile da provare o negare nonostante tempeste di memorie: come per ogni congiura, o due congiure che fossero, restano congetture.
Anche le trattative con gli angloamericani appaiono oscure, e non lo dico perché, ovviamente, segretissime, ma per le manovre e gli intenti. Forse Badoglio e il re speravano, s’illudevano, di passare dall’altra parte, dando altra veste all’armistizio di Cassibile e sostanzialmente vincendo; mentre altro non volevano gli angloamericani che la “resa incondizionata” decretata a Casablanca e il controllo del territorio italiano; donde l’8 settembre, e il disastro che ne seguì. Re e Badoglio ripararono, avventurosamente, a Pescara, poi a Brindisi e a Salerno, in territorio già occupato. Tornarono alcuni esponenti di partiti prefascisti; donde i governi Badoglio, Bonomi, Parri, De Gasperi…
Governi nominati, Statuto Albertino alla mano, da Vittorio Emanuele III, il quale però il 5 giugno 1944 si era personalmente chiamato fuori, delegando a “luogotenente generale del Regno” il figlio ed erede Umberto. Era il risultato delle pressioni dei partiti e degli occupanti angloamericani. Nei seguenti due anni, dunque, fu Umberto l’effettivo capo dello Stato: per fare un esempio importante, l’autonomia della Sicilia è sancita da due atti a poca distanza di tempo uno dall’altro, ma il primo firmato da Umberto luogotenente, il secondo dallo stesso Umberto re. Infatti, Vittorio Emanuele abdicò formalmente il 9 maggio 1946, e salì al trono il quarto Savoia con la numerazione di Umberto II. L’elenco dei re d’Italia quindi è: Vittorio Emanuele II (1861-78), Umberto I (1878-1900), Vittorio Emanuele III (1900 e di fatto 1944, di diritto 1946), Umberto II dal 9 maggio a… e qui mi perdoni l’eventuale raro lettore illuminista cartesiano, ma non ne posso proprio fare a meno.
Verso la fine del XVII secolo, spuntò all’improvviso una veggente, nota come la “monaca di Desdra”, che così profetizzò: al duca di Prussia, che sarebbe diventato re (e ciò davvero avvenne nel 1699); al duca di Savoia Vittorio Amedeo II, un vaticinio più articolato: una carrozza trainata da dodici cavalli piccoli, che poi diventavano cavalli grandi. Sarebbero i re di Sardegna (1720-1861), dodici, e va bene; ma, attenti, i cavalli grandi del sogno erano cinque e non quattro: e qui non tornano i conti. Avrei delle fantasie, ma non ve lo dirò mai.
Umberto II affrontò, o subì, il referendum del 2 giugno, e quanto poi accadde… o non accadde. Ci riserviamo di tornare con maggiore precisione sull’argomento. Qui trattiamo il fatto che, nei caotici giorni seguenti, De Gasperi si proclamò capo dello Stato, e Umberto lasciò l’Italia per il Portogallo. Lì visse fino alla vigilia della morte, poi sopravvenuta in Svizzera nel 1983. In esilio, mai accettò i risultati del referendum, e mai formalmente rinunciò al trono. In punta di diritto, e per dei seguaci, si considerava re fin quando restò in vita.
E qui si apre anche una delle innumerevoli questioni care ai legittimisti di tutta Europa. Esempi, a iosa. Dopo il 1714, divenuti re di Gran Bretagna gli Hannover, gli Stuart cattolici rivendicarono il trono anche con le armi; ed è nota alle patrie lettere Elisabetta Stuart d’Albany, in affettuosa amicizia con Vittorio Alfieri. In Francia vivono tranquilli un pretendente Borbone Navarra e un pretendente Borbone Orléans; e, senza pretendere, dei Bonaparte e dei Murat. In Germania abitano diversi eredi di Baviera, Sassonia… curiosamente, non della Prussia e dell’Impero. Ci sono persino dei Vasa in contrasto con gli attuali Bernadotte di Svezia; i quali, a loro volta, rivendicano nel regio stemma anche il titolo di principe di Pontecorvo: proprio quello, il pittoresco paese laziale. Ci sono Borbone Due Sicilie italiani e dei pretendenti spagnoli. Ogni tanto si legge qualcosa di eredi di Romania, Bulgaria, Serbia… E chi ignora la leggenda, o storia, di Anastasia figlia di zar Nicola II?
Vittorio Emanuele [IV], poi morto nel 2024, era l’unico figlio maschio di Umberto; a sua volta lascia un figlio, l’altrimenti noto Emanuele Filiberto. Questi però è padre di due figlie, ed ecco un bel problema. Tra i Savoia, infatti, come in altre casate europee, vige inesorabilmente la Legge salica, con questo principio (mi scusino le signore): “Né donna né nato da donna”. Era stato per questo che ai due ultimi Biancamano, padri solo di figlie, successe nel 1831 il mezzo parente maschio Carlo Alberto di Carignano, diretto avo dei presenti. Che possono fare, i Savoia del 2026? Modificare la salica? Ci vorrebbe, magari, un decreto dell’imperatore del Sacro Romano Impero, il quale Impero però dal 1806 non c’è più.
Non basta. È un classico di ogni dinastia spodestata, il conflitto per corone che non ci sono. C’è chi sostiene che l’eredità di Umberto II spetti invece ad Aimone di Savoia Aosta. Si disse che Umberto avrebbe diseredato il figlio dopo il matrimonio “plebeo”, e altri guai che forse qualcuno ricorda; e nominato l’allora vivente Amedeo d’Aosta. Ma il principio di ogni monarchia è “morto il re, viva il re”, con successione indiscussa. Ma se scatta la salica…
Essendo improbabile, a oggi, che regnino sull’Italia, Emanuele Filiberto, o, in alternativa, Aimone potrebbe fare un pensierino sull’Albania; mentre è sconsigliabile ambire all’Etiopia. Resterebbe il Regno di Sardegna? Ma no, perché la legge 17 marzo 1861 ha implicitamente e inesorabilmente abolito tutti i titoli preunitari, inclusi quelli dei Savoia. Gli Aosta potrebbero rivendicare il trono di Croazia, cui un altro Aimone venne eletto nel 1941 dagli ustascia di Pavelic, insicuri alleati dell’Italia fascista; assunse il nome di Tomislao, ma non mise piede in terra croata. Oppure il trono di Spagna, dove effettivamente, e infelicemente, sedette due anni il primo Amedeo d’Aosta, figlio di Vittorio Emanuele II. Che ne pensa la monaca di Desdra?
Per concludere più seriamente, nel 2002 sia Vittorio Emanuele [IV] sia il figlio sono stati dichiarati liberi di vivere in Italia, a onta della XIII Disposizione costituzionale, che lo vietava: e la cosa mi ricorda molto la XII. Ebbene, è ora che le spoglie mortali di Umberto II e quelle di Vittorio Emanuele III siano ricondotte, se non a Roma, almeno a Superga, la chiesa storica dei Savoia. Nulla di strano: la memoria storica di un popolo dovrebbe essere il più possibile asettica e distaccata. I Borbone riposano a Napoli; a Predappio, Mussolini; Napoleone I, a Parigi. E innumerevoli vie e piazze sono intitolate a personaggi che hanno lasciato il segno nelle vicende nazionali o mondiali… senza andare tanto per il sottile a vedere se il segno e le loro vicende (anche quelle mondiali e nazionali!) siano stati sempre molto encomiabili; e spesso se ne potrebbe dubitare. La storia, alla fine, è un fatto umano, con tutto quello che, con Nietzsche, di “troppo umano” si sottintende.
Una bella lezione di rispetto del passato ci viene da oltre Oceano. L’anno scorso, in Brasile, hanno concluso la costruzione di una nuova città, e l’hanno battezzata Teresopoli, in aggiunta alle già esistenti città di Cristina, Imperatriz e Teresina. Come mai? Chi era la signora di tale memoria da meritare eternità del nome? Fu Cristina Teresa di Borbone delle Due Sicilie, figlia di Francesco I, moglie dell’imperatore Pedro II, e ricordata per la sua bontà come “Mãe dos Brasileiros”, la Madre dei Brasiliani. Eppure Pedro venne deposto nel 1889, e in Brasile fecero una poi non molto fortunata Repubblica.
Anche l’Italia avrebbe urgente bisogno di recuperare la nuda verità dei fatti, e non solo a proposito dei re dal 1861 al 1946, ma anche di tutti gli altri re e regimi della gloriosa e complicata storia d’Italia; la quale è gloriosa non benché ma perché complicata.
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