Lo studio
La lotteria dell’informazione: i giovani leggono le notizie scelte dall’algoritmo, non da loro
I ragazzi tra i 18 e i 24 anni si informano, ma la fruizione delle notizie è causale: leggono ciò che capita scrollando sui social anche se sono consapevoli del rischio fake. Cosa dice lo studio del Reuters Institute
Chi educa davvero le nuove generazioni? Mancano dei veri valori e personaggi di riferimento? Sono solamente due delle tante domande per tentare di comprendere come sta mutando il processo di formazione giovanile. C’erano una volta la scuola, la politica, i centri culturali: addetti ad accompagnare la crescita di ognuno. Ci sono oggi Instagram, TikTok, YouTube. Sia chiaro, non un male assoluto. Anzi, se ben utilizzate queste piattaforme sono ricche di servizi veramente formativi.
I giovani si informano, ma sempre meno guardano il tg e leggono i giornali
Solo il 14% dei giovani (18-24 anni) accede alle notizie andando direttamente su un sito o un’app di informazione. La maggioranza (40%) le incontra casualmente tramite i social, mentre il 26% le trova attraverso i motori di ricerca. Circa due terzi (64%) legge notizie ogni giorno, ma in modo spesso incidentale, attraverso lo scrolling. A raccontarlo è un rapporto del Reuters Institute che spiega come la generazione di nativi social si è «allontanata da tv, stampa e siti di informazione per diventare social first».
Lo studio su nove Paesi
Non solamente in Italia: i Paesi presi in considerazione sono nove (Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Germania, Danimarca, Italia, Spagna, Giappone, Brasile). Secondo lo studio, il 39% (sempre tra i 18 e i 24 anni) si informa quotidianamente sui social (nel 2015 era il 21%) mentre il 24% sui siti di news (era il 36%), il 21% dalla tv (contro il 28%), il 4% via radio (6%) e un altro 4% dalla carta stampata (6%). Molto apprezzati sarebbero invece i Podcast: il 59% li ascolta mensilmente, ma solo il 18% nella categoria news. Inoltre i giovani affermano di prestare maggiore attenzione ai singoli creators (51%) piuttosto che ai tradizionali brand di informazione (39%). Solo un terzo (35%) dei giovani del campione afferma di essere «molto» o «estremamente» interessato alle notizie, soprattutto quelle che riguardano la politica.
L’informazione selezionata dall’algoritmo
Così l’informazione viene spesso affidata a un algoritmo (si legge o si ascolta quello che capita). Questo perché molti trovano le notizie tradizionali «irrilevanti, difficili da comprendere o ingiustamente distorte». Riguardo il rischio di disinformazione sui social, invece, il 70% dichiara di sapere riconoscere le fake news. Anche se, nel concreto, il rischio di incappare in notizie farlocche e non verificate è elevato.
L’influenza dei social
A ogni modo, sempre sugli stessi social i giovanissimi (anche under 14) trovano i propri modelli di riferimento. Questo perché sono sempre connessi, col cellulare in mano. Smarriti in un labirinto tanto interessante quanto potenzialmente pericoloso. Un mondo artificiale, creato ad arte, che diventa qualcosa da perseguire a tutti i costi. E poi la violenza esibita senza freni, video condivisi di piccoli maranza che giocano a Gomorra. Dinamiche che, inevitabilmente, producono effetti concreti nel mondo reale. Non a caso in Parlamento si sta lavorando al «decreto social» che ne impedirebbe l’utilizzo agli under 15.
Il ruolo della scuola
In questo scenario, il ruolo della scuola diventa centrale. Lo ha sottolineato anche la sottosegretaria al ministero dell’Istruzione Paola Frassinetti: «I professori hanno la possibilità di trasmettere ai ragazzi modelli positivi. Ci sono tantissime figure storiche, letterarie e religiose che possono essere punti di riferimento per i giovani». Gli stessi programmi scolastici prevedono adesso che venga dato rilievo a personaggi storici come Goffredo Mameli, «un eroe che perse la vita per l’Unità d’Italia». Mentre lo sport deve tornare centrale, «insegna valori essenziali come sacrificio, rispetto, spirito di squadra e capacità di accettare la sconfitta». Senza demonizzare i social, ma per insegnare ai giovani a non diventarne prigionieri. Perché in un mondo dominato dagli algoritmi, educare non significa più solo trasmettere conoscenze ma fornire strumenti per orientarsi.