L'intervista
«Il populismo è una reazione alla crisi del liberalismo. E può essere un’opportunità». Parla Giovanni Orsina
Il politologo parla del suo ultimo saggio "Controrivoluzione. Una storia politica del nostro tempo": «Da liberale, è il libro che non avrei mai voluto scrivere. Ma la realtà è la realtà ed è necessario riconoscerla»
Perché una parte della società globale si è ribellata agli assetti liberali e alle conquiste della seconda metà del Novecento? Giovanni Orsina, storico dell’età contemporanea e direttore della School of Government all’Università Luiss Guido Carli di Roma, non gira la testa dall’altra parte e punta a scandagliare le ragioni profonde delle incertezze del presente. E lo fa con Controrivoluzione. Una storia politica del nostro tempo (Marsilio), uno studio sul populismo che, per densità e parresia, fa il paio con il saggio, ormai imprescindibile, sul berlusconismo (2013). Ne abbiamo parlato con lui.
Professore Orsina, il termine controrivoluzione viene da molto lontano, dalle considerazioni di De Maistre. In che accezione lo utilizza oggi?
«Controrivoluzione contro quale rivoluzione, innanzitutto? La mia tesi è che le tensioni rivoluzionarie degli anni Sessanta, orientate all’emancipazione dell’individuo, si siano incanalate successivamente in processi non propriamente politici. Quindi non rivoluzione come singolo evento traumatico, ma come processo trasformativo. Penso alla diffusione dei diritti, all’autonomizzazione del mercato e all’affermazione di una nuova moralità. Questa è stata la rivoluzione. Quella che stiamo vivendo oggi è, a mio avviso, una reazione contro quella rivoluzione».
Mi faccia capire: le ragioni del populismo globale avrebbero radici ben più profonde rispetto a quanto una certa polemica riesce a scorgere?
«Sì. Con questo studio, come con quello sul berlusconismo ma su scala più ampia, mi sono sforzato di andare oltre le letture ideologiche e polemiche. Di spiegazioni del populismo ce ne sono moltissime e spesso si concentrano su singoli aspetti. Alcune lo interpretano in chiave reattiva, come risposta a un assetto precedente, ma non è la linea prevalente. E quelle che lo fanno vedono in genere il populismo come reazione al neoliberalismo. Io credo invece che il quadro sia più ampio e più complesso, che l’ordine che ha cominciato a prender forma negli anni Sessanta non si esaurisca nel neoliberalismo».
Contro chi e cosa si starebbe rivoltando il populismo?
«Il populismo è una reazione del concreto contro l’astratto. È una difesa della vita quotidiana, del bisogno di protezione, della vicinanza e della comunità. Ma riguarda anche il rapporto con la leadership politica e si nutre pure del sospetto verso la conoscenza astratta, ossia verso la scienza. Tutto si tiene».
Quando parliamo di populismo, siamo ancora dentro le grandi promesse del pensiero liberale oppure siamo già oltre?
«Il populismo è, a mio avviso, una reazione contro un sistema che possiamo anche definire liberale. Ma bisogna precisare che questo stesso sistema era già degenerato e presentava tratti illiberali. Eccedendo in moralismo, era diventato intrusivo rispetto alle libertà individuali. Il moralismo, come è evidente, fa a pugni con il liberalismo. In breve, direi che il populismo è una reazione largamente illiberale contro un liberalismo già deformato».
Una dicotomia tutt’altro che incoraggiante, non trova?
«Guardi, per un’astuzia della storia, però, questa reazione può riaprire spazi di libertà e di dialettica. È insieme un pericolo e un’opportunità».
Un pericolo e un’opportunità anche per la democrazia?
«Il populismo si ribella contro un ordine depoliticizzato, che tende a comprimere gli spazi della politica a vantaggio di etica, diritto e mercato. Ma comprimere la politica significa comprimere la democrazia. Il populismo, invece, tenta di ricostruire la politica e di restituire centralità alla sovranità popolare. Che poi ci riesca è un altro discorso, ma questo resta il suo obiettivo dichiarato. In questo senso il populismo può essere visto anche come una risorse per la democrazia».
Professore, lei parla del prossimo avvento di un «nuovo mondo»: vuole dire che siamo già in una fase di trapasso?
«Siamo certamente in una fase di transizione: il vecchio assetto è finito. Il problema è che non sappiamo ancora cosa verrà dopo. La reazione populista è confusa, caotica: coglie la crisi del modello precedente, ma non riesce a proporre un nuovo ordine. Sappiamo che il vecchio non funziona più, ma non abbiamo ancora chiaro dove stiamo andando».
Lei è un liberale che, da scienziato, è però chiamato ad analizzare le avarie di un sistema: come ci si sente in questi casi?
«Per tanti versi è un libro che non avrei voluto né dovuto scrivere. Ma la realtà è la realtà: era necessario riconoscere la crisi di alcuni valori che hanno prodotto visioni profetiche e ottimistiche che non si sono poi realizzate. Anche se quei valori sono i miei valori. A un certo punto bisogna scegliere: raccontarci ciò che vogliamo sentirci dire o cercar di capire cosa sta succedendo davvero. Io provo a fare la seconda cosa».
Insomma, ha inserito un messaggio nella bottiglia.
«Il mio compito non è certamente quello di offrire soluzioni, ma uno schema di comprensione. E se qualcuno, a partire da questa analisi, troverà una via d’azione, tanto meglio. Il resto non dipende da me».