La politica della geografia
Hormuz, Suez e gli altri: i “colli di bottiglia” da cui passano gli equilibri del mondo
I choke points sono nodi di connessione tra grandi spazi marittimi e proprio per questo diventano punti di concentrazione del traffico globale: la loro importanza non deriva solo dalla posizione geografica, ma dal fatto che non esistono alternative equivalenti
Le tensioni nello Stretto di Hormuz da settimane ricordano al mondo quanto fragile sia l’equilibrio su cui poggia l’economia globale. Perché parlare di Hormuz non significa parlare solo di Medio Oriente, ma di un punto in cui si intrecciano energia, sicurezza e potere. È da qui che prende senso il concetto di choke point.
La leva strategica dei choke points
Nel nostro immaginario, in fondo, sappiamo da sempre cosa sia un choke point. Lo abbiamo imparato da bambini, sin dalle elementari, quando studiavamo di Leonida di Sparta e i suoi trecento uomini alla Battaglia delle Termopili, una storia fondativa dell’Europa stessa. Quel passaggio stretto tra mare e montagna non era solo un luogo geografico, ma una leva strategica: uno spazio ridotto capace di annullare la superiorità numerica dell’avversario.
È lì che si comprende, quasi intuitivamente, il senso profondo dei choke points: il controllo del territorio (e di tutto ciò che ne consegue) coincide con il controllo delle vie d’accesso, e chi domina un varco domina ciò che lo attraversa. Alle Termopili, una forza esigua riuscì a tenere sotto scacco un esercito immenso, dimostrando che la geografia può valere quanto – se non più – della potenza militare. La lezione, così come i miti, risulta così più attuale che mai: nei punti in cui lo spazio si restringe, il potere si concentra, e anche equilibri apparentemente sproporzionati possono ribaltarsi.
Cosa sono i “colli di bottiglia”
Un choke point, oggi, è letteralmente un “collo di bottiglia”: un passaggio obbligato, naturale o artificiale, attraverso cui transitano merci, energia e traffici strategici. La loro importanza non deriva solo dalla posizione geografica, ma dal fatto che non esistono alternative equivalenti. Chi controlla questi passaggi, o anche solo li minaccia o li mina, esercita una leva enorme sugli equilibri globali.
La conformazione dello Stretto di Hormuz
Lo Stretto di Hormuz è l’esempio più evidente e attuale. È l’unica via marittima per il petrolio e il gas dei principali produttori del Golfo e ogni giorno vi transita, o transitava, secondo le stime dell’International Energy Agency, circa un quinto del fabbisogno petrolifero mondiale. Presenta una batimetria complessa e irregolare, con profondità che variano generalmente tra 30 e 100 metri, raggiungendo un massimo di circa 220 metri in alcuni punti. Il corridoio navigabile principale è stretto e profondo, mentre le aree circostanti sono caratterizzate da fondali bassi e irregolari che complicano la navigazione e il posizionamento. Le corsie di navigazione, larghe anche meno di 4 chilometri, lo rendono vulnerabile a blocchi, incidenti o attacchi. In termini geopolitici è spesso definito il “collo del mondo”: se si restringe, l’economia globale fatica a respirare.
Una forza e una debolezza del sistema
Eppure, ridurre il tema dei choke points a Hormuz sarebbe un errore. La loro rilevanza è prima di tutto geografica: sono nodi di connessione tra grandi spazi marittimi e, proprio per questo, diventano punti di concentrazione del traffico globale. Oltre l’80% delle merci mondiali viaggia via mare e una quota enorme di energia passa attraverso pochi corridoi obbligati. Questa concentrazione è allo stesso tempo una forza e una debolezza del sistema.
Non solo Hormuz: i corridoi del commercio globale
Tra i principali choke points globali, lo Stretto di Malacca collega Oceano Indiano e Pacifico ed è la principale arteria energetica dell’Asia. Il Canale di Suez unisce Mediterraneo e Mar Rosso, accorciando di migliaia di chilometri le rotte tra Europa e Asia. Il Bab el-Mandeb, meno noto ma cruciale, è la porta meridionale del Mar Rosso. Il Canale di Panama, invece, collega Atlantico e Pacifico, rendendo possibile il commercio tra le due sponde delle Americhe e l’Asia senza circumnavigare il continente.
La geografia prima della politica
A questi si aggiungono gli stretti “europei”: Gibilterra, Bosforo e Dardanelli, fondamentali per il traffico tra Mar Nero e Mediterraneo, e quelli del Nord Europa, come l’Øresund fra il Mare del Nord ed il Baltico. Sono tutti esempi di come la geografia, molto più della politica, determini i vincoli entro cui si muovono gli Stati.
Il punto centrale è proprio questo: i choke points sono la dimostrazione che il vero potere risieda nella geografia. Sono strumenti di influenza, non solo passaggi. Nel corso della storia, chi ha controllato questi snodi ha spesso dominato il commercio e, in parte, la politica globale. Dall’Impero britannico, che costruì la propria supremazia sul controllo delle rotte marittime, fino agli Stati Uniti, che ancora oggi presidiano i principali corridoi attraverso basi e flotte, il dominio del mare è sempre passato da questi punti chiave.
La politica oltre la geografia
Oggi, però, la competizione è più complessa. Non si tratta solo di controllo militare diretto, ma di capacità di garantire sicurezza, stabilità e continuità dei flussi. La presenza navale, le alleanze, gli accordi internazionali sulla libertà di navigazione sono tutti strumenti attraverso cui si gestisce questo equilibrio.
Un equilibrio fragile, tra scelte dell’uomo e natura
Allo stesso tempo, i choke points sono intrinsecamente fragili proprio perché utilizzati come leva per le trattative. Le minacce sono molteplici e spesso si sovrappongono. Ci sono i rischi geopolitici, come i conflitti o le tensioni regionali: Hormuz e il Mar Rosso, dove Israele vorrebbe avere il controllo diretto di Suez e ha addirittura sviluppato l’ipotesi di crearsi un proprio canale artificiale, il Ben Gurion, ne sono esempi evidenti. Ci sono i rischi operativi, come incidenti o blocchi accidentali, come dimostrato dal caso della Ever Given nel Canale di Suez. E poi ci sono i rischi ambientali: la siccità che ha ridotto la capacità del Canale di Panama o le nuove rotte artiche che si aprono con lo scioglimento dei ghiacci daranno luogo a interessanti corse per il controllo, di cui il tema groenlandese sollevato da Trump non ne è che l’inizio.
La costruzione di alternative
Questa combinazione di fattori rende i choke points veri e propri punti di vulnerabilità sistemica. Non è necessario un conflitto su larga scala per mettere in crisi il commercio globale: basta un’interruzione temporanea in uno di questi nodi per generare effetti a catena su energia, prezzi e approvvigionamenti.
Per questo motivo, negli ultimi anni si parla sempre più di “ridondanza strategica”: diversificare le rotte, costruire infrastrutture alternative, sviluppare pipeline terrestri o nuove vie marittime come quella artica. Tuttavia, queste soluzioni difficilmente possono sostituire completamente i choke points esistenti. La loro centralità resta, almeno nel medio periodo, inevitabile.
Ogni tensione in tratti di mare circoscritti ci ricorda che la globalizzazione non è un sistema fluido e infinito, ma una fragile rete costruita su pochi passaggi obbligati. Proprio lì, dove il mare si stringe, si concentrano le vere dinamiche del potere contemporaneo. E il mazziere del tavolo è, come al solito, la geografia.