Scacco
Gli Emirati Arabi rompono con l’Opec: l’uscita a maggio annuncia una nuova partita sul petrolio
Abu Dhabi si libera dalle quote e prepara l’aumento della produzione mentre lo Stretto di Hormuz resta sotto pressione e il cartello perde uno dei suoi principali produttori
+ Seguici su Google Discover“Questa è una decisione di politica energetica, presa dopo un’attenta analisi delle politiche attuali e future legate ai livelli di produzione”. Con queste parole il ministro Suhail Mohamed al-Mazrouei ha confermato l’uscita degli Emirati Arabi Uniti da Opec e dall’alleanza Opec+ a partire dal primo maggio. La decisione, diffusa dall’agenzia statale Wam, segna la fine di una presenza iniziata nel 1967. Il Paese del Golfo, terzo produttore del cartello dopo Arabia Saudita e Iraq, si libera così dai vincoli sulle quote. Potrà aumentare l’estrazione in autonomia, modulandola secondo domanda e mercato.
Energia e guerra
La scelta arriva mentre la guerra con l’Iran condiziona produzione e traffici. Lo Stretto di Hormuz, passaggio chiave tra Iran e Oman, resta sotto pressione. Attacchi e minacce hanno ridotto i flussi. Una quota rilevante dell’energia mondiale transita da quel corridoio.
In questo contesto, Abu Dhabi punta a rafforzare la propria capacità interna. E questa scelta: “riflette la visione strategica ed economica di lungo termine degli Emirati Arabi Uniti”, si legge nella nota ufficiale. L’obiettivo dichiarato è “l’accelerazione degli investimenti nella produzione di energia nazionale”.
Numeri e peso globale
Nel 2022 gli Emirati producevano circa 4 milioni di barili al giorno, oltre il 4% del totale mondiale. A febbraio 2026 erano il terzo produttore dell’Opec. L’uscita non è simbolica. Riduce il peso del cartello, già sotto pressione.
Secondo l’International Energy Agency, la quota dell’Opec+ è scesa al 44% della produzione globale. Le interruzioni legate al conflitto potrebbero ridurla ancora. In prospettiva, Abu Dhabi mira a guadagnare spazio quando il quadro geopolitico si stabilizzerà.
Tensioni nel Golfo
La decisione espone, tuttavia, anche crepe nei rapporti regionali. Non c’è stato coordinamento con Riad. Al-Mazrouei, il ministro emirati dell’Energia e delle Infrastrutture, lo ha chiarito: la questione “non è stata sollevata con alcun altro Paese”. Un segnale diretto al principale attore del cartello.
L’uscita complica infatti la strategia saudita, basata sul controllo dell’offerta per sostenere i prezzi. Allo stesso tempo evidenzia divergenze tra le monarchie del Golfo, già emerse nella gestione della crisi con Teheran.
Effetti sui mercati e reazioni
I prezzi del petrolio hanno rallentato la corsa dopo l’annuncio. L’impatto immediato resta contenuto, anche per le limitazioni nello Stretto di Hormuz. Ma il segnale è politico oltre che economico.
Negli Stati Uniti, la mossa viene letta come favorevole. Il presidente Donald Trump aveva più volte accusato l’Opec di “spremere il resto del mondo”. L’uscita emiratina indebolisce al contrario il meccanismo delle quote.
Nuovo margine d’azione
“Dopo l’uscita dall’Opec, gli Emirati continueranno il loro ruolo responsabile aumentando gradualmente e deliberatamente la produzione, in linea con la domanda e le condizioni di mercato”, si legge in ultimo nella nota diffusa dall’agenzia Wam. La linea è tracciata.
Abu Dhabi, dunque, rivendica autonomia senza rinunciare alla cooperazione. Ma il passo segna un cambio netto. Nel pieno di una crisi regionale e con la capacità globale ai minimi storici, il mercato del petrolio entra in una fase più incerta. Gli effetti si misureranno nelle prossime settimane, mentre la tensione nel Golfo resta alta.
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