Il solito business di sinistra
Bloccati due rimpatri su tre: così toghe rosse e galassia Soros sabotano i Cpr in Albania
Tra sospensive, certificati e patrocinio gratuito, due migranti su tre lasciano Gjader senza rimpatrio. Il circolo delle toghe militanti blocca la linea del governo
Su 495 migranti transitati dal Cpr di Gjader, 345 non sono stati rimpatriati. In pratica, due su tre hanno lasciato la struttura senza tornare nel Paese d’origine. È questa la fotografia aggiornata ad aprile 2026 che riapre lo scontro sul “modello Albania”, proprio mentre l’Europa segue la linea italiana sul tema immigrazione. Sullo sfondo, come al solito, ci sarebbero le toghe rosse.
Il meccanismo dei ricorsi
Il collo di bottiglia è infatti nella sequenza di ricorsi, sospensive e richieste d’asilo presentate dopo l’ingresso nel centro. Per 266 migranti il trattenimento non è stato convalidato in seguito alla domanda di protezione internazionale. Una dinamica ormai consolidata: la richiesta arriva, il giudice sospende, il migrante rientra in Italia.
A questo si aggiungono 39 dimissioni per motivi sanitari, 11 sospensive dell’espulsione, sei revoche in sede di riesame, diciotto mancate proroghe del trattenimento e cinque provvedimenti diretti dell’autorità giudiziaria. Il risultato, come riportato da Francesco Boezi sul Giornale, è un sistema che si inceppa per stratificazione di atti formalmente legittimi ma politicamente paralizzanti.
Il combinato disposto è evidente: ogni passaggio apre una via d’uscita.
Il ruolo della filiera legale
Attorno al Cpr di Gjader si muove una rete organizzata. L’Asgi, associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione legata a “Magistratura democratica”, è attiva nella gestione dei casi e nella predisposizione dei ricorsi. Un’attività formalmente legittima che, nei fatti, genera un effetto sistemico: rallentare, quando non bloccare, l’esecuzione dei rimpatri.
Il tema è esploso anche sul piano parlamentare. Fratelli d’Italia ha annunciato un’interrogazione al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi dopo il caso del “pizzino” con il nome di un avvocato, Salvatore Fachile, indicato ad alcuni migranti durante una visita di una delegazione del partito democratico.
La deputata dem Rachele Scarpa ha smentito: «Non mi risulta. Noi diamo indicazione esplicita di non consigliare mai avvocati». Caso voglia che Fachile, arriva proprio dall’Asgi. E, come campeggia sul suo curriculum, tra il 2011 e il 2013 coordinava il progetto “Antenna di Roma contro le discriminazioni”, finanziato nientemeno che dalla Open Society Foundation — la creatura del magnate ungherese George Soros tanto caro al Pd e compagni.
Sanità, giustizia e incentivi
Un altro fronte è quello sanitario. Le 39 dichiarazioni di inidoneità alla vita in comunità hanno inciso sul funzionamento del centro. Non è un caso isolato: la Procura di Ravenna ha chiesto l’interdizione di otto medici per presunti certificati falsi finalizzati a evitare i rimpatri.
Nel frattempo, il patrocinio gratuito automatico per i ricorsi contro l’espulsione amplia ulteriormente il contenzioso. Non serve dimostrare requisiti economici: il ricorso si presenta, il procedimento si apre, la permanenza sul territorio si prolunga.
Le Corti d’Appello diventano il vero snodo, spesso con esiti prevedibili ma tempi incompatibili con l’efficacia della misura.
Sicurezza e contraddizioni
Il profilo dei migranti trattenuti a Gjader, ci si intenda, pesa. Si tratta, nella totalità dei casi, di soggetti con precedenti che vanno dallo stupro alla rapina. Non richiedenti asilo vulnerabili, ma irregolari destinatari di espulsione per pericolosità sociale o rischio di fuga.
Eppure, una volta rimessi in libertà, almeno il 30% risulta coinvolto nuovamente in reati.
Il prossimo passaggio
La questione tornerà presto in Parlamento. Sullo sfondo c’è anche l’evoluzione normativa europea: dal 2027 l’ordine di rimpatrio emesso da uno Stato membro sarà valido in tutta l’Unione e i ricorsi non avranno automaticamente effetto sospensivo.
Fino ad allora, il quadro resta quello attuale: una strategia politica che punta sull’espulsione e una macchina giuridica che, nei fatti, la rallenta.