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Omicidio capotreno Bologna, il 36enne croato sospettato del delitto girava a piede libero nonostante le denunce e un ordine di allontanamento

Lame libere e impunità

L’omicidio del capotreno di Bologna grida vendetta: 7 denunce e un ordine di allontanamento, ma il killer era a piede libero…

Cronaca - di Greta Paolucci - 7 Gennaio 2026 alle 18:45

Marin Jelinic, il croato che ha ucciso il capotreno Alessandro Ambrosio, è il simbolo di un’Italia dove chi delinque si scopre all’ultimo di fruire di un’impunità intollerabile. È stato denunciato nove volte e arrestato una volta tra il 2023 e il 2025 tra Pavia, Milano, Bologna, Piacenza e Tarvisio (Udine). Sette volte è stato denunciato per porto di oggetti atti ad offendere, coltelli in particolare. E due volte per resistenza a pubblico ufficiale. Ma è sempre rimasto libero. Nel 2025 è stato invece arrestato per resistenza, oltraggio e minacce a pubblico ufficiale e detenzione di sostanze stupefacenti a Vercelli. Per questi reati è stato condannato con pena sospesa. Inoltre, risulta destinatario di un foglio di via: perché nessuno ha fermato prima il pericoloso croato?

Omicidio capotreno Bologna, il croato Jelinic denunciato 7 volte per porto abusivo di coltello

E allora, l’omicidio del capotreno di Bologna non è solo un assassinio efferato. È una ferita inferta a tutto lo Stato. La morte di Alessandro Ambrosio, il capotreno di 34 anni ucciso alla stazione di Bologna, porta con sé un carico di sdegno che non può essere archiviato come un semplice fatto di cronaca nera. Perché il suo presunto killer, il 36enne croato Marin Jelinic, non è un fantasma: era una “vecchia conoscenza” delle forze dell’ordine. Un uomo che ha sfidato la legge per anni rimanendo, pervicacemente e clamorosamente, a piede libero.

Il collezionista di coltelli sempre libero

Non a caso, le indiscrezioni, i numeri, e i particolari che filtrano dalle agenzie sul collezionista di coltelli a piede libero – e sulla tragica vicenda che lo coinvolge – sono sconcertanti. Tra il 2023 e il 2025, Jelinic è stato denunciato nove volte e arrestato una volta. Un curriculum criminale costruito tra Pavia, Milano, Bologna, Piacenza e Tarvisio. Ma non è tutto. Perché il dato che gela il sangue è un altro: per ben sette volte il croato è stato denunciato per porto abusivo di armi, nello specifico coltelli. Un uomo che girava sistematicamente armato, pronto a offendere. E che per ben sette volte è stato “refertato” e rimesso in strada.

Basti considerare, nelle more, che nel 2025 Jelinic era stato arrestato a Vercelli per resistenza e minacce a pubblico ufficiale. Ma la giustizia italiana gli aveva concesso la solita “pena sospesa”.

Più precisamente: il 36enne croato fermato ieri sera a Desenzano del Garda per l’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio alla stazione di Bologna, era destinatario di un ordine di allentamento comunitario emesso dal prefetto di Milano. Il provvedimento era stato emesso dopo che lo scorso 22 dicembre il 36enne era stato sorpreso con un coltello in Via Scheiwiller in zona Corvetto a Milano.

Non era la prima volta che Jelenic veniva controllato nel capoluogo lombardo: da quanto ricostruito dagli agenti della squadra mobile meneghina, che hanno supportato nelle indagini i colleghi di Bologna, il 19 maggio 2025 il 36enne era stato fermato in Stazione Centrale e il 2 settembre in quella di Lambrate. Risultano controlli anche alla stazione di Pavia, a quella di Bologna a inizio maggio e ai primi di dicembre, e ai valichi di frontiera di Trieste (il 30 dicembre) e di Tarvisio (il 10 novembre).

La beffa dell’ordine di allontanamento: per Jelenic un provvedimento del prefetto Milano

Ma il colmo si è toccato il 22 dicembre scorso. Fermato in zona Corvetto a Milano con l’ennesimo coltello in tasca, Jelinic ha ricevuto dal Prefetto di Milano un ordine di allontanamento comunitario. Un pezzo di carta che, evidentemente, il croato ha usato come carta straccia. Infatti, invece di sparire, l’uomo ha continuato a presidiare le stazioni: da Milano a Pavia, fino a tornare a Bologna: dove ha incrociato il destino di Alessandro Ambrosio.

E ora il  sospetto degli inquirenti è agghiacciante nella sua banalità: Jelinic cercava un telefono per chiamare la Croazia? Lo aveva chiesto a vari passeggeri. E potrebbe averlo chiesto anche ad Alessandro. Al rifiuto probabile però, o forse per un banale diverbio, l’uomo potrebbe aver estratto l’ennesima lama. E allora, due coltelli sono stati trovati in suo possesso al momento del fermo a Desenzano del Garda. Mentre l’arma del delitto è ancora ricercata.

Dopo l’omicidio del capotreno di Bologna, per il croato una fuga tra ospedali e ferrovie

Non per niente, dopo il delitto, il killer si è mosso come un veterano dell’illegalità. È salito su un treno per Milano. È stato fatto scendere a Fiorenzuola perché senza biglietto (l’ennesima infrazione). Ma ha proseguito imperterrito fino a Milano Centrale. Ha trascorso la notte al caldo, nella sala d’attesa dell’ospedale Niguarda, sotto l’occhio delle telecamere, prima di tentare la fuga verso l’Austria con un biglietto per Villach in tasca.

Omicidio del capotreno a Bologna: Jelenic aveva in tasca un biglietto per l’Austria

La partenza era prevista per le 10.30 di ieri mattina. Non era la prima volta che Jelenic passava i confini nazionali: era stato infatti controllato alla frontiera di Trieste il 30 dicembre e il 10 novembre sempre a Tarvisio. Lunedì sera sul treno da Fiorenzuola a Milano il 36enne aveva chiesto in prestito a un passeggero il telefono cellulare, con cui ha tentato invano di fare una chiamata verso un numero croato. Stessa richiesta fatta diverse volte il giorno dell’omicidio. Non si esclude che possa aver domandato di fare una telefonata anche al capotreno ucciso, per motivi ancora da chiarire. Le indagini sono affidate alla squadra mobile e alla Polfer bolognesi.

E la domanda che resta inevasa è: perché?

Resta il fatto che solo ora che Jelinic è in cella per omicidio aggravato. E indignazione, rabbia e sconcerto montano nell’opinione pubblica (e non solo). Alessandro Ambrosio è morto perché un uomo denunciato sette volte per possesso di coltelli ha avuto la possibilità di portarne un ottavo in stazione. È la fotografia di un sistema che arriva fino all’estremo dell’autolesionismo, dove l’ordine di un Prefetto o una pioggia di denunce non bastano a neutralizzare un pericolo pubblico. E oggi Bologna versa lacrime sul sacrificio di un innocente. I genitori piangono un figlio. E l’Italia intera si chiede quanto ancora dobbiamo pagare in termini di vite umane il prezzo di un’impunità che sembra non avere fine.

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