La Sapienza, gli “Anni di piombo” cominciarono così. Ma Vauro finge di dimenticarlo

31 Ott 2022 13:18 - di Valerio Falerni
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Gli ingredienti sono gli stessi: violenza in nome dell’antifascismo, condiscendenza da parte dell’establishment. Ma aveva anche ragione Antonio Gramsci a sostenere che la storia «è una maestra senza scolari». Diversamente gli uomini non ricadrebbero spesso e volentieri negli stessi errori. Prova ne siano gli incidenti di qualche giorno fa alla Sapienza, dove un gruppo di studenti esagitati ha di fatto impedito al giornalista Daniele Capezzone e al neodeputato di FdI Fabio Roscani di potersi liberamente confrontare nell’aula magna dell’università. In compenso, i giovinastri si sono scontrati con la polizia, consentendo alla sinistra ufficiale di rigirare la frittata per trasformare i violenti in vittime e gli azzittiti in invasori.

Il vignettista: «I fascisti non hanno diritto di parola»

Senza contare che nei talk show, seppur con qualche lodevole eccezione, si è fatto a gara su chi apparisse più solidale con gli odiatori rossi, convinti che fosse loro preciso dovere (oltre che diritto) silenziare chi non la pensa diversamente. Tesi avallata dal solito Vauro, per il quale – essendo la Costituzione antifascista – i fascisti non hanno diritto alla parola. Non fa una piega, sebbene resti da capire chi decide chi è il fascista. Vauro? L’ex-sindacalista Cremaschi? O i maneschi studenti della Sapienza? Ci sarebbe da ridere se non fosse che la drammatica stagione degli Anni di piombo è ancora troppo incombente per poterla liquidare come acqua che non macina più. È vero semmai il contrario, come lasciano tristemente presagire i manichini a testa in giù, la ricomparsa della stella a cinque punte e la solita “comprensione” dei salotti radical chic.

Gli scontri alla Sapienza non vanno sottovalutati

Già, cominciò esattamente così più di mezzo secolo fa. Anche allora – a proposito delle violenze nelle scuole e nelle università denunciate dall’allora prefetto di Milano Libero Mazza – ci fu chi, come il socialista Riccardi Lombardi, ridusse il tutto a «ginnastica rivoluzionaria». Li avessimo presi sul serio e per tempo quei ginnasti della spranga e della P38, forse ci saremmo risparmiati tanto sangue innocente. Prevalse, invece, il mito della Resistenza tradita in uno con la teoria – incredibilmente riecheggiata nelle parole del pentastellato Roberto Scarpinato nel recente dibattito sulla fiducia al Senato – del grumo di potere (Cia, pezzi di Dc, mafia, stragisti neri, apparati deviati dello Stato, Vaticano e via delirando) che impediva alla sinistra di conquistare il governo.

Non decide la sinistra

L’humus ideale per far germogliare prima la violenza e poi il terrorismo rosso. C’è qualcuno che ne ha nostalgia? Può darsi. In ogni caso, ad evitare che la storia si ripeta non bastano le condanne un po’ pelose delle minacce indirizzate a La Russa o alla stessa Meloni. Quel che occorre sono parole più nette sulla pretesa di certa sinistra di decidere chi parla e chi no, chi manifesta e chi no e quindi chi esiste e chi no. Insomma, la questione è troppo seria per lasciarla in mano a quattro figli di papà che giocano a fare la rivoluzione dopo aver scambiato il cortile della Sapienza per lo scenario della storia.

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