Mafia e appalti, 5 giorni prima di essere ucciso Borsellino chiese chiarimenti sull’inchiesta e sui nomi dei politici

20 Lug 2022 20:59 - di Paolo Lami
saviano

Cinque giorni prima di essere ucciso nella strage di via D’Amelio, nel corso di una infuocata riunione della Procura diretta da Pietro Giammanco, il 14 luglio del 1992, prima delle vacanze estive, il giudice Paolo Borsellino “chiese spiegazioni” sul dossier mafia e appalti, una inchiesta coordinata dai pm Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte.

Borsellino chiese spiegazioni su un procedimento riguardante Angelo Siino e altri” e “capisco che qualcosa non va evidentemente perché mi sembra insolito che si discuta così coralmente con dei colleghi assegnatari dei processi”, racconta il 31 luglio di 30 anni, il giudice Luigi Patronaggio, nel corso di una audizione del Csm, i cui verbali sono stati resi pubblici solo oggi.

Patronaggio era presente in quella riunione. Ma perché Borsellino era così arrabbiato?

Patronaggio prova a spiegarlo così, trent’anni fa, ai colleghi del Csm: “Paolo Borsellino chiese spiegazioni su questo processo contro Siino”, l’ex-“assessore dei Lavori pubblici” di Cosa nostra, “perché lui aveva percepito che vi erano delle lamentele da parte dei carabinieri verosimilmente e chiese delle spiegazioni che non erano tanto di carattere tecnico, cioè se era stata fatta o meno una cosa, ma più che altro era il contorno generale del procedimento. Chi c’era o chi non c’era, perché poi, in buona sostanza, la relazione sul processo Siino fu fatta unicamente, esclusivamente per dire che non vi erano nomi di politici rilevanti all’interno del processo o che se vi erano nomi di politici rilevanti all’interno del processo di un certo peso entravano soltanto per un mero accidente che comunque, insomma, ecco, allora la spiegazione di Borsellino fu che chiese spiegazione, fu di carattere estremamente generale, chi erano i politici, ma perché. Insomma, cose di questo genere, non erano singoli fatti, atti istruttori”.

Ma cosa è il dossier mafia e appalti? Tutto nasce da una delega conferita nel 1989 dalla Procura di Palermo ai Ros che aveva, quale principale obiettivo, quello di accertare “la sussistenza, l’entità e le modalità di condizionamenti mafiosi nel settore degli appalti pubblici nel territorio della provincia di Palermo”. Il risultato di questa attività è il rapporto dei Ros del febbraio ’91.

Giovanni Falcone è ormai in procinto di trasferirsi a Roma, al Ministero della Giustizia.

Il fascicolo finisce così sulla scrivania del procuratore Pietro Giammanco. Che, a maggio, ne affida l’esame ai sostituti Sciacchitano, Morvillo, Carrara, De Francisci e Natoli.

Il 25 giugno 1991 viene presentata una richiesta di custodia cautelare nei confronti di Angelo Siino, Giuseppe Li Pera, Cataldo Farinella, Alfredo Falletta e Serafino Morici, accolta dal gip il 9 luglio.

Più o meno nello stesso periodo, il 26 luglio 1991, viene contestualmente delegata ai Ros un’ulteriore attività investigativa riguardante la società regionale Sirap Spa.

Un rapporto che creerà una frattura tra la Procura e i Carabinieri del Ros, sul mercato degli appalti in Sicilia.

Subito dopo la morte di Borsellino, la Procura chiese l’archiviazione dell’inchiesta su mafia e appalti. Che fu accolta poco dopo.

Ma in quell’incontro del 14 luglio 1992 il pm Guido Lo Forte nascose al giudice di avere firmato, appena il giorno prima, l’archiviazione dell’inchiesta”, ha detto, di recente, nel corso dell’arringa del processo depistaggio Borsellino, l‘avvocato Fabio Trizzino.

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