Giletti e non solo, i talk show sono ormai merce avariata: l’approfondimento è tutta un’altra cosa

lunedì 6 Giugno 16:39 - di Francesca De Ambra
talk show

Probabilmente ci toccherà pure ringraziarlo Massimo Giletti per la sua trasferta moscovita e per la deludente performance che ne è scaturita. A tal punto deludente – e qui sta il motivo del ringraziamento – da riuscire (si spera) ad assestare l’atteso colpo di grazia al talk show inteso come approfondimento giornalistico. Se non ora quando, verrebbe da dire. Pensateci: un conduttore italiano che dalla Piazza Rossa intervista Massimo Cacciari che sta in Italia, ha già poco senso. L’intervista, sempre in video-collegamento, alla russa Maria Zacharova, portavoce del ministro Lavrov, che probabilmente stazionava nei paraggi di Giletti, ne ha ancora meno. Non ne ha alcuno, infine, la pretesa (di Giletti) di strappare un impegno per la pace ad una funzionaria del governo di Mosca (la Zacharova, appunto) manco si trattasse della zarina di tutte le Russie.

Talk show in coma profondo

Basterebbe e avanzerebbe per rinverdire la tradizione dei paesaggi bucolici che nella Rai degli esordi (ma qui siamo su La7) occupavano il piccolo schermo ogni qualvolta si verificavano gli allora frequentissimi «problemi tecnici di trasmissione». La differenza è che qui di tecnico c’è ben poco, anzi. È tutta una questione di format, cioè di impostazione e quindi di scelta. Quella di fare audience spacciando la (solita) compagnia di giro per pluralismo, il conformismo per buonsenso e l’interruzione pubblicitaria per indipendenza. Ma alla fine tutto risulta più falso dei soldi del Monopoli. Non stupisce, perciò, che il format sia in coma profondo, appena rivitalizzato dall’overdose pandemica prima e bellica dopo.

Format e sostanza

In ogni caso non sarà l’Auditel a poter dribblare l’interrogativo sull’utilità del talk show. Già, a che cosa serve? Anzi, a chi serve? Al conduttore, ovviamente, che ne ricava notorietà e ingaggi profumati, pur continuando ad esibire pose e linguaggi da tribuno della plebe. Al marchettificio del mainstream (l’ultimo libro, il prossimo concerto, il film che sta per uscire), che attira altri soliti noti (tipo “Il bello, il brutto e il cattivo” degli Spaghetti western) e, infine, all’emittente, che vende spazi agli inserzionisti. A tutti, insomma, tranne che al telespettatore, in teoria il destinatario della trasmissione. Solo in teoria, appunto, perché nella pratica è l’unico a non ricavare nulla dal wrestling catodico. L’approfondimento – si sa – è altra cosa rispetto alla babele di voci, alla confusione di generi e alle interruzioni da spot che connotano oggi il talk show. Già, mai come in questo caso, il format è tutto, tranne che sostanza.

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