“Ci stanno bombardando. Stiamo scappando”. Il drammatico reportage di Biloslavo da Kiev (video)

lunedì 7 Marzo 18:27 - di Romana Fabiani

“Ci stanno bombardando. Sono razzi russi. Stiamo scappando”. La voce concitata, spezzata dal rumore delle due granate scoppiate a meno di 40 metri. Sono le immagini drammatiche dell’ultimo reportage alla periferia di Kiev di Fausto Biloslavo. Inviato di guerra del Giornale e di Mediaset, cresciuto insieme a Gian Micalessin all’agenzia Albatross di Almerigo Grilz, ucciso in un attentato a Mogadiscio.

Biloslavo da Kiev: ci stanno bombardando addosso

Al primo colpo di mortaio – racconta il giornalista raggiunto in serata in collegamento con Zona bianca su Rete 4 –  civili nel panico che scappano da tutte le parti. Militari ucraini che cercano di aiutare i più deboli, donne e bambini in fila verso i pullman gialli per raggiungere la stazione dei treni. “Il primo sibilo – racconta Biloslavo – provoca una scossa elettrica lungo la schiena, che serve a reagire subito. Faccio appena in tempo a buttarmi nel canale in mezzo al fogliame, che la granata o il razzo esplode fragoroso in mezzo alla foresta sulla sinistra. Non più di 40 metri. Ma gli alberi attutiscono la sventagliata di schegge. I civili in fila che sperano nella salvezza vengono presi dal panico. Cominciano a correre anziché appiattirsi sul terreno”.

Due razzi a meno di 40 metri dai civili

“Il secondo colpo arriva proprio davanti a noi, a 30 metri sul posto di blocco dell’esercito ucraino all’ingresso di Irpin. Il sobborgo della capitale caduto nelle mani dei russi. Un secondo sibilo, prima dell’impatto, mi fa appiattire ancora di più a terra”. Biloslavo intravede l’esplosione, 30 metri più in là, che alza una colonna di fumo con un fragore che spacca le orecchie. “È il panico totale: i soldati ucraini si ritirano di corsa e i civili sembrano impazziti. Un militare viene colpito alla spalla, un ucraino in fuga a una gamba. Ma le bombe russe uccidono otto civili, più avanti, compresi due bambini secondo Kiev”.

Civili nel panico che scappano invece di appiattirsi a terra

Doveva essere un corridoio umanitario. Doveva. Attraverso il quale i soldati ucraini avrebbero dovuto far uscire i civili in fuga da Kiev. Bombardata dai colpi di artiglieria fin dalla mattina presto. “Ormai i russi sono a 5 chilometri dalla capitale. Dalle prime case della periferia di Kiev”. È l’ultima notizia data da Biloslavo. Coraggioso di reporter di guerra, una vita in trincea nei principali scenari di conflitto nel mondo. A riprendere la guerra dal vivo, in mezzo alle granate. Non nelle reception degli hotel come tanti blasonati colleghi.

Dall’Agenzia Albatros una vita in trincea

Triestino, all’inizio egli anni ’80 Biloslavo sceglie la strada del giornalismo, dopo avere militato a 17 anni, “quando avevo i pantaloni corti” nel Fronte della Gioventù di Trieste.  Nel 1982 segue la guerra del Libano come fotografo freelance. Nel 1987 viene arrestato in Afghanistan dalle truppe governative filo-sovietiche. Dopo un lungo reportage con i mujaheddin del comandante Massoud. Rimane in carcere per sette mesi, riuscendo a rientrare in Italia solo grazie all’intervento diretto del presidente Cossiga.

Inviato in Jugoslavia, Iraq, Libia

Agli inizi degli anni novanta è inviato in Jugoslavia, Croazia, Bosnia e Kosovo. Prima di affrontare l’assedio di Sarajevo conosce Cinzia, triestina, che poi diventerà sua moglie. È tra i primi giornalisti italiani a entrare a Kabul liberata dai talebani. Nel 2003 segue l’attacco all’Iraq fino alla caduta di Saddam Hussein. Nel 2011 è l’ultimo giornalista italiano a intervistare il colonnello Gheddafi. Biloslavo si occupa a lungo  anche del massacro delle foibe e del capitolo insabbiato dell’esodo dei giuliano-dalmati minacciati dalle truppe

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