Strage di Acca Larenzia, 44 anni dopo. Un pezzo di storia italiana che ancora brucia

venerdì 7 Gennaio 9:21 - di Romana Fabiani

Strage di Acca Larenzia, 7 gennaio 1978. Una data maledetta, una ferita mai rimarginata, una tragedia senza colpevoli. Sono passati 44 anni da quando a Roma, davanti alla sezione missina di Acca Larenzia, quartiere Tuscolano, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta vengono freddati da una mitraglietta scorpion sull’uscio della sede.

Strage di Acca Larenzia, 44 anni dopo

Sono due giovani militanti del Fronte della Gioventù. Hanno 18 e 20 anni. Erano  pronti a uscire dalla sezione per un volantinaggio quando scatta l’esecuzione. L’assalto del commando di 5 o 6  terroristi venne rivendicato dai Nuclei Armati per il contropotere territoriale. Una delle tante sigle utilizzate da Potere operaio.

Tre giovani di destra uccisi dalla sinistra armata

Ma non basta. Qualche ora dopo resta sul selciato Stefano Recchioni. Diciassette anni, militante della sezione di Colle Oppio. Colpito alla testa da un uomo (in divisa?) che spara ad altezza d’uomo. Stefano, occhi azzurri che a Francesca Mambro ricorderanno per sempre il colore degli anni di piombo, morirà dopo due giorni di agonia. Sarebbero state tre le armi a sparare. Ma nessuno degli inquirenti seguì seriamente la pista della mitraglietta skorpion. Che sarebbe passata di mano in mano. Appartenuta al cantante Jimmy Fontana, poi venduta a un commissario di polizia.

Gli scontri davanti alla sezione missina

La notizia della morte di Bigonzetti e Ciavatta si diffonde in fretta in città. Centinaia di ragazzi di destra, in un tam tam impazzito e disperato, accorrono spontaneamente sul luogo dell’assalto. E Stefano Recchioni era tra questi. Acca Larenzia fu una strage. Come è scolpito sulla targa accanto alla porta della sede. Un’esecuzione in piena regola della sinistra armata. Che si allenava cinicamente contro i giovani di destra. Per poi alzare il tiro verso altri obiettivi.  Ragazzi innocenti. Morti assurde per le quali nessuno ha ancora pagato dopo quasi mezzo secolo.

“Uccidere un fascista non è reato”

Acca Larenzia fu una strage. Resa ancora più cupa dal clima di omertà. Dalla responsabilità della stampa e del sistema politico che assecondarono l’obbrobrio della tesi “uccidere un fascista non è reato”. Con Radio Onda Rossa a esultare per la morte dei tre ‘fascisti’, con i consiglieri comunali del Pci a brindare per l’uccisione dei topi fascisti. Una strage che portò al suicidio pochi mesi dopo del papà di Ciavatta.

La morte di Di Nella rompe gli schemi

Soltanto con la morte di Paolo Di Nella, dirigente del Fronte della Gioventù, nel 1982 la politica e le istituzioni riconoscono la dignità umana di quelle vittime. Una svolta segnata dalla visita a sorpresa del presidente partigiano Sandro Pertini al Policlinico di Roma. Dove giaceva in coma il giovane militante della sezione Trieste Salario.

Una strage senza giustizia dopo mezzo secolo

Come ogni 7 gennaio, anche quest’anno, Franco, Francesco e Stefano vengono ricordati con diverse iniziative. Sui muri della Capitale manifesti che invocano giustizia e la riapertura delle indagini. Altri che annunciano il presente pomeridiano.  Altri con il profilo di un gabbiano firmati ‘La comunità’. Che recitano: “Battere gli austriaci sul Piave. Difendere la libertà negli anni di piombo. Proteggere l’Italia dalla pandemia. C’è sempre un tempo per avere coraggio. Franco, Francesco, Stefano, di padre in figlio”. Per dire che quei morti non appartengono alla memoria di una parte politica, ma sono ‘pezzi viventi’ della nostra storia nazionale.

Il viaggio della Memoria al Verano

Bigonzetti,  Ciavatta e Recchioni vengono ricordati ogni anno a Roma anche in un viaggio della Memoria insieme ai Grandi italiani. Un corteo silenzioso che si snoda lungo i viali del cimitero Monumentale del Verano la prima domenica di gennaio. Da 40 anni, una tradizione che si ripete. Giovani, bimbi, donne e anziani si ritroveranno il prossimo 9 gennaio. Per mettere un fiore sulle tombe dei “Figli d’Italia”. “Passeggiando con i visionari del Risorgimento, i ragazzi degli anni di piombo, le vittime del terrore, i patrioti delle grandi guerre”.

Commenti

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  • Mario Donnini 8 Gennaio 2022

    L’aggettivo “politico quasi nobilita la degenerazione di chi nutre invidia per quelle persone che seguono la bandiera dell’onestà, della purezza. Non riusciremo ad avere un dialogo politico, civile, con una sinistra che si nutre di astio sociale. Dal primo all’ultimo di loro che ho conosciuto, vidi brama di potere ad ogni costo, spesso immeritata, mezze figure sempre in vendita, per scavalcarsi, strisciando. I reduci delle trincee del Piave, del Grappa hanno voluto fortemente un Italia migliore. Quelli della Seconda Guerra hanno insegnato quanto possano il sudore e l’amore. È stato un sogno e camminiamo nel pantano. Il passato non ritorna, ma i segni che hanno lasciato i patrioti ci accompagnino. Duri e puri!