Quirinale, la segreteria Pd decide di non decidere. La candidatura di Berlusconi angoscia Letta

martedì 11 Gennaio 20:38 - di Michele Pezza
Quirinale

Certo, la morte improvvisa e immatura di David Sassoli. Ma anche la difficoltà ad uscire dall’impasse in cui il Pd si dimena a seguito della candidatura al Quirinale di Silvio Berlusconi. Comunque sia, è un dato di fatto che «un presidente di unità nazionale» è l’unica sintesi emersa dalla riunione di questa mattina della segreteria dem riunitasi al Nazareno proprio per fare il punto proprio sulla votazione per il Colle. Questo, almeno era l’ordine del giorno. L’arrivo della notizia della scomparsa di Sassoli ha ovviamente stravolto tutto e i lavori si sono aperti e chiusi con la commemorazione del presidente del Parlamento europeo da parte di Enrico Letta. Infine la riunione è stata aggiornata.

Fonti dem: «Non faremo nomi finché c’è il Cavaliere»

Sull’ordine del giorno rimasto inesplorato, però, c’è chi giura che la linea è destinata a rimanere quella fin qui seguita dal Pd. Quella, già ricordata, dell’appello alle altre forze politiche per mettere a punto un metodo di lavoro che parta dalla maggioranza di governo per poi, eventualmente, allargarsi anche alle altre forze. Una strada, però, al momento ostruita dalla volontà del Cavaliere di non liberare dalla sua presenza la strada verso il Quirinale. «Se Meloni e Salvini rimangono su Berlusconi, noi non possiamo essere così autolesionisti da fare passi inutili», fanno infatti sapere dal Pd.

Quirinale snodo decisivo

A paralizzare i dem è la paura che il centrodestra possa impallinare ogni loro nome sulle prime tre votazioni per poi convergere su Berlusconi dal quarto scrutinio in poi, quando sarà sufficiente la maggioranza assoluta dei Grandi elettori.  Una paura che nasce dalla sensazione che il centrodestra si sia «incastrato» sul nome del suo fondatore. Ma è una tesi autoconsolatoria che non lenisce i patemi che il maggior partito della sinistra vive in queste ore sulla partita del Quirinale. Due dati sono tuttavia certi: lo scenario è fluido e le mosse consentite al Pd sono limitate. «Abbiamo appena il 12 per cento in Parlamento», è la realistica presa d’atto di molti dirigenti. Troppo poco per poter distribuire le carte. Intanto, la scadenza del 24 gennaio si fa sempre più vicina.

 

 

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