Murgia bocciata dalla prof della Crusca: «Con lo schwa il testo è solo un mucchietto di parole»

giovedì 2 Dicembre 9:45 - di Agnese Russo

Lo schwa – la piccola “e” rovesciata sponsorizzata da Michela Murgia che dovrebbe rendere l’italiano “più inclusivo” e che tanto piace alla gente che piace – riceve una nuova sonora bocciatura. A decretarla è stata la professoressa Cecilia Robustelli, ordina di Linguistica italiana presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia e collaboratrice storica dell’Accademia della Crusca. «L’italiano – ha avvertito Robustelli – si può rendere più inclusivo, ma le proposte per farlo devono rispettare le regole del sistema lingua, altrimenti la comunicazione non si realizza, e la lingua non funziona».

Con lo schwa resta solo «un mucchietto di parole»

In una lunga intervista rilasciata all’agenzia di stampa Dire, la professoressa ha ribadito un no allo schwa già espresso dall’Accademia della Crusca, ricordando che «la funzione primaria del genere grammaticale in un testo è permettere di riconoscere tutto ciò che riferisce al referente, cioè all’essere cui ci riferiamo, attraverso l’accordo grammaticale». Quindi, «se si eliminano le desinenze scompaiono tutti i collegamenti morfologici, e il testo diventa un mucchietto di parole delle quali non si capisce più la relazione». Certo, Robustelli ha precisato di parlare «da linguista, non da filosofa o sociologa», ma la sua constatazione sul rischio che certe imprese producano un incomprensibile tutto indistinto, in fin dei conti, sembra accordarsi bene con ciò che lo schwa rappresenta anche fuori dal testo scritto.

Se la lingua vuole cancellare il sesso degli esseri umani

Lo schwa, infatti, nelle intenzioni dei suoi sostenitori, ha la funzione di superare il binarismo tra uomo e donna, allargando la lingua a tutte le possibili declinazioni del genere. Ma per Robustelli, sempre focalizzata sulla lingua, «il genere grammaticale viene assegnato ai termini che si riferiscono agli esseri umani in base al sesso. Il genere “socioculturale”, cioè la costruzione, la percezione sociale di ciò che comporta l’appartenenza sessuale, rappresenta un passaggio successivo». Invece, adesso sembra che «il termine “genere” si usi spesso con il significato di “sesso” e questa confusione complica il ragionamento, già di per sé complesso».

Per la prof della Crusca lo schwa «mina l’intera coesione testuale»

La professoressa e collaboratrice dell’Accademia della Crusca, inoltre, ha chiarito che con l’uso di un simbolo come lo schwa, per altro estraneo alla nostra lingua, «si eliminano gli accordi tra le parole e si mina l’intera coesione testuale: e questo è un fatto grave». «Quando si cambia qualcosa in una lingua – ha avvertito poi – ci si deve innanzitutto chiedere se quel cambiamento funziona per assolvere allo scopo che un sistema linguistico deve compiere, cioè la comunicazione». «Spesso le proposte ingenue sono animate da buone intenzioni, ma irrealizzabili nella realtà della lingua italiana», ha commentato la professoressa. «Piuttosto di affidare alla grammatica il compito irrealizzabile di comunicare nuovi generi o la decisione di non accettarli perché – ha chiesto la linguista – non intensificare la discussione sul loro significato e approfondire le ragioni che ne motivano la richiesta di riconoscimento sociale? È il discorso il luogo adatto a questo scopo, non la grammatica».

 

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