Lo studio Usa: fra i guariti dal Covid gli under 30 sono i più a rischio a nuova infezione

lunedì 6 Dicembre 20:53 - di Redazione
Covid

Anche un nuovo studio Usa lo rileva: fra i guariti dal Covid gli under 30 sono i soggetti più a rischio di una nuova infezione. Le persone giovani sono più facili a una recidiva del virus dopo esserne usciti una prima volta. È questa la principale evidenza di un’analisi condotta dall’Uomc Children’s Hospital di Pittsburgh. E dalla University of Pittsburgh su giovani adulti guariti da forme lievi o moderate di Covid-19. Una ricerca pubblicata su medRxiv (pre-peer review).

Covid, lo studio di Pittsburgh: i giovani sono più soggetti a rischio di re-infezioni

Lo studio ha coinvolto 173 pazienti di età compresa tra i 19 e i 79 anni, guariti da diverse settimane da forme lievi o moderate della malattia. Le analisi di laboratorio hanno dimostrato che gli anticorpi erano in grado di neutralizzare il virus, e che livelli di anticorpi più alti erano associati a una maggiore attività neutralizzante. I ricercatori hanno inoltre osservato come il livello di anticorpi nei pazienti non dipendesse dal tempo trascorso dall’infezione. Quando i ricercatori hanno suddiviso i partecipanti in diversi gruppi di età, allora, è emerso qualcosa di sorprendente: i pazienti sotto i 30 anni producevano livelli di anticorpi più bassi rispetto a tutti gli altri gruppi di età.

In discussione la decisione di non vaccinarsi dopo aver contratto il Covid: ecco perché

«Molte persone pensano di non doversi vaccinare perché sono già guarite dal Covid-19», commenta John Alcorn, Phd, professore di pediatria presso l’Università di Pittsburgh School of Medicine e Upmc Children’s Hospital di Pittsburgh. «Il nostro studio suggerisce che alcuni pazienti, soprattutto i giovani, non hanno una memoria anticorpale particolarmente buona dopo l’infezione. Per loro, il rafforzamento immunitario con la vaccinazione è fondamentale». Durante l’infezione SarS-CoV-2, il nostro sistema immunitario – ricorda una nota – produce anticorpi specifici per neutralizzare il virus. E cellule B di memoria che permangono nel flusso sanguigno, contribuendo a respingere una seconda infezione originata dallo stesso agente patogeno.

I giovani non hanno una memoria anticorpale particolarmente buona dopo l’infezione

Ebbene, «alcune persone, in particolare i giovani, non rispondono particolarmente bene in termini di memoria immunitaria. Queste persone potrebbero non essere sufficientemente protette da una seconda infezione», spiega Alcorn. «Ma ora abbiamo uno strumento – i vaccini – che può indurre risposte immunitarie e aumentare la protezione. Questo studio aggiunge ulteriore evidenza alla raccomandazione che anche le persone guarite da Covid-19 dovrebbero farsi vaccinare».

La rispondenza tra livello anticorpale e gravità della malattia

Studi precedenti avevano dimostrato che la gravità della malattia è correlata a livelli di anticorpi più alti. Per cui i ricercatori hanno ipotizzato che la bassa risposta anticorpale negli under 30 fosse legata all’aver contratto una forma più lieve del virus rispetto ai pazienti più anziani. Per convalidare questa ipotesi, il team ha analizzato le cartelle cliniche dei pazienti. Utilizzando la durata della malattia come riferimento per determinarne la gravità. Ebbene, i ricercatori hanno notato che le persone di età inferiore ai 45 anni risultavano essere meno malate dei pazienti più anziani.

La gravità della malattia potrebbe influenzare il livello di protezione di una persona

«Ma, anche se under 30 e le persone tra 31 e 45 anni hanno presentato livelli di gravità della malattia simili e la stessa durata dei sintomi, i livelli di anticorpi erano significativamente diversi tra le due categorie», commenta ancora Alcorn. «Questi risultati suggeriscono che la gravità della malattia potrebbe influenzare il livello di protezione di una persona, ma non spiega tutto».

L’analisi del fattore “tempo” della malattia e il confronto tra vaccinati e non sui livelli di anticorpi

Alcorn e il suo team – conclude dunque la nota che spiega modalità ed esiti dello studio – hanno in programma di seguire gli stessi pazienti per misurare la variazione dei livelli di anticorpi neutralizzanti su un periodo di tempo più lungo. E così, poiché alcuni pazienti dello studio sono stati nel frattempo vaccinati, i ricercatori potranno confrontare anche i livelli di anticorpi in coloro che sono immunizzati, rispetto a chi non lo è.

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