Draghi al Colle, il sogno del premier è l’incubo dei parlamentari: se si torna al voto perdono la pensione

martedì 16 Novembre 9:22 - di Chiara Volpi
Draghi

Draghi al Colle: il sogno del premier diventa l’incubo dei parlamentari terrorizzati dalle urne e dall’idea di perdere, in caso di legislatura interrotta e ritorno al voto, un anno di stipendio e la chance della pensione. La prognosi su Mario Draghi al Colle è lungi dall’essere sciolta. Un po’ perché il diretto interessato approccia alla questione con una prudenza che è anche sintomo di quanto sia combattuto sulla questione. E un bel po’ perché il premier conosce bene – e ne valuta le conseguenze – i rischi e le problematiche della sfida che lo vede al centro di un’arena infuocata. Con una condizione sfavorevole soprattutto: un Parlamento letteralmente terrorizzato e condizionato dall’eventualità delle elezioni anticipate. Perché, se da un lato è palese la tentazione di Draghi a compiere l’impresa che lo incoronerebbe primo presidente del Consiglio passato da Montecitorio al Colle più alto del panorama politico, dall’altro è altrettanto verosimile pensare che a bilanciare la tentazione del premier svetti lo scenario del voto anticipato, con tutto quello che potrebbe comportare in termini di rivolgimenti politici.

Draghi al Colle: ecco tutte le criticità che terrorizzano i parlamentari

Un’analisi di costi e benefici dell’impresa, quella a cui si accenna, che pone comunque al centro un tema che è tutto, tranne che politico: il terrore della maggior parte dei grande elettori del prossimo capo dello Stato (il Parlamento in seduta comune) di ritrovarsi a fare i conti con una coperta troppo corta: che se la tiri da una parte, ti scopre il fianco dall’altra. Già, perché ciascun parlamentare guarda al voto per il Quirinale come a una deadline: il giorno in cui avventurarsi su una strada in salita che ha come traguardo la messa in discussione della legislatura e, nel caso, per deputati e senatori di prima nomina, il traguardo di non arrivare a maturare la pensione per cui è fissato dal calendario il termine del  24 settembre 2022. Limite imprescindibile che fa scattare l’ambìto diritto previdenziale.

Dal taglio dei parlamentari ai sondaggi sfavorevoli a tutti tranne che a Fdi

Già, perché come spiega bene Il Giornale oggi in un ampio servizio dedicato alla vexata quaestio, «il combinato disposto tra la riforma costituzionale che taglia il numero dei parlamentari, il calo di consensi nei sondaggi di alcuni partiti «pesanti» e la scadenza del 24 settembre 2022» per chi è fresco d’investitura parlamentare, mescola il mazzo e spariglia le carte sul tavolo di prospettive e problemi. Una matassa ingarbugliata che l’attendibilità della matematica percentuale esplicita a suon di numeri (e possibilità) ricalcolati in base al referendum costituzionale approvato nel 2020, che riduce i seggi del 36,5%: ossia, da 630 a 400 deputati alla Camera. E da 315 a 200 senatori a Palazzo Madama. Numeri a cui va sommato il calo ponderale evidenziato dai sondaggi di alcuni partiti importanti che marcano col segno meno le possibilità del M5S in testa a tutti. Una debacle a cui, al momento, si sottrarrebbe solo Fratelli d’Italia, l’unico partito che registra una costante crescita esponenziale della fiducia degli elettori.

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