Talebani, dietro barbe e mitra delle menti “raffinatissime” lasciate libere di vendere droga per l’Europa

lunedì 11 Ottobre 10:23 - di Lorenzo Peluso

Riceviamo dal giornalista Lorenzo Peluso, autore del libro “Di là dal fiume. Il mio Afghanistan“, e volentieri pubblichiamo.

La nuova via della “seta” bianca. La chiameremmo agricoltura tradizionale, se non fosse che è uno dei flagelli della società occidentale. Eppure non è altro che pratica agricola, consolidata nei secoli. Non è comprensibile per un afghano, soprattutto quelli dei villaggi delle provincie del sud, comprendere che quelle coltivazioni sono il male assoluto. Oltremodo difficile è spiegare come è necessario convertire quelle coltivazioni con altre colture, visto che mediamente, da ogni ettaro si ricavano dai 15 ai 20 chili di oppio nelle annate buone. In occidente siamo soliti definirlo “business” ed è quello che a modo loro comprendono anche gli afghani con una redditività che negli ultimi dieci anni si è addirittura triplicata ed ha spinto negli ultimi anni ad un incremento dell’area coltivata del 7% con le piantagioni che sono aumentate del 36% negli ultimi dodici anni.
E’ una battaglia persa per noi occidentali, il papavero essiccato infatti frutta ai coltivatori 240 euro al chilo, improponibile altra coltura se si pensa che un chilo di fagioli non viene pagato neppure 2 euro. A conti fatti, si stima che il totale della produzione annuale di oppio afghano è di poco superiore alle 5.800 tonnellate. Una volta raffinato l’oppio dall’Afghanistan fornisce al mondo dei narcos oltre 600 tonnellate di eroina all’anno. L’incremento degli affari legati al traffico di stupefacenti in Afghanistan è impressionante. Si è passati dai circa 10miliardi di euro, ogni fine giugno quando le produzioni sono già eroina da commercializzare agli oltre 16,34 miliardi di dollari dell’ultimo periodo; praticamente il 60% del PIL afghano.

Talebani manager della droga mondiale

I talebani non sono solo i barbuti violenti che immaginiamo; sono anche abili imprenditori del narcotraffico. Negli ultimi cinque anni hanno avuto la capacità di trasformare l’industria dell’oppio. Da paese esportatore grezzo hanno impresso un cambio radicale con un avanzato sistema di raffinazione dell’oppio in eroina della quale poi curano con attenzione anche il commercio mondiale attraverso i canali d’uscita dall’Afghanistan ben presidiati dai talebani a Nord, a Ovest e a Sud del paese. Dal Passo di Khaybar, una strettoia lunga quasi 50 chilometri nella valle del fiume Kabul sul confine con il Pakistan transita l’eroina prodotta nelle province afghane a maggior produzione, Helmand e Kandahar. Eroina che poi dal Pakistan raggiunge la Cina via terra, mentre arriva in Africa, Oceania e America attraverso la Costa Arabica, per l’Iran e la Turchia, e da lì poi approda sul mercato europeo. I passi del nord sono presidiati dai talebani garantendosi il commercio dell’eroina attraverso i tre paesi centro-asiatici confinanti: Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan.

La nuova via della seta che porta in Europa

E’ questa la nuova Via della seta da dove transita almeno il 50% se non il 60% dell’eroina totale raffinata in Afghanistan. Senza poi dimenticare i diversi valichi verso l’Iran dove si si ferma una buona parte della droga per il consumo interno. In realtà perso questa rotta è quella che rifornisce l’Europa attraverso la Turchia, dalle sue province orientali Hakkari, del Van e Igdir, sul confine con l’Azerbaycan-e-Khavari in Iran arriva un fiume di droga fino ad Istanbul, verso l’Europa centrale, e dallAnatolia a nord, verso l’Ucraina e la Russia. In Europa quindi arriva circa il 30% dell’intera produzione di eroina afghana attraverso la rotta balcanica tra l’Albania, la Serbia, il Kosovo e il Montenegro fino al sud dell’Italia. Solo per statistica non va dimenticato che solo in Afghanistan i consumatori regolari di droga si aggiravano intorno a 1,5 milioni di persone, su una popolazione di circa 23 milioni. E’ questo il commercio mondiale fiorente che alimenta la cassaforte talebana e quella della corruzione più in generale in Afghanistan.
Basti pensare che, ad esempio, i Talebani hanno imposto ai contadini coltivatori di oppio una tassa del 5% sul ricavato totale dell’oppio prodotto su ogni appezzamento di terreno. In realtà sul prezzo finale ai produttori va circa il 20%. Il restante 75% è spartito tra funzionari di governo, polizia, mediatori, trafficanti locali e signori della guerra, che spesso sono le stesse persone.

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