Esiste uno specifico femminile. Ma né Barbero né la grande Atwood possono più permettersi di dirlo

venerdì 22 Ottobre 10:49 - di Annalisa Terranova
Barbero Atwood

La donna nullificata, la donna senza più essenza. La donna da cancellare. Guai a rivendicare l’esistenza di uno specifico femminile. Il neofemminismo, la cancel culture, il pensiero gender, il politicamente corretto insorgono contro questa tesi ormai giudicata eversiva: esiste ormai una “alliance sacrée” contro la donna. Deve scomparire, risucchiata da uno schwa, la e rovesciata che annulla i generi in ortografia.

Di questa nuova caccia alle streghe fanno fede due recenti episodi. Lo storico Alessandro Barbero  messo sulla graticola per avere detto che forse le donne non hanno successo come gli uomini perché, in virtù di una differenza strutturale, mancano “di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi”. Anni fa Roberto Vecchioni, in una canzone dal titolo “Voglio una donna con la gonna“, inviava più o meno lo stesso messaggio: prendila te – cantava – quella che fa carriera, “stronza come un uomo”. Oggi sarebbe come minimo, se osasse intonare ancora quei versi, colpito dalla fatwa dei nuovi intolleranti.

Ma non solo non si può affermare che le donne sono diverse strutturalmente dai maschi. Non si può proprio più usare il termine “donna”, perché discriminatorio delle persone che si sentono donne ma hanno un sesso diverso. Un dibattito iniziato con alcune affermazioni di Joanne K. Rowling, attaccata per questo dal mondo trans. Rowling si indignava per l’espressione “persone che hanno le mestruazioni” e avvertiva: c’è una parola per dirlo, e questa parola è “donna”.  Niente da fare. Anche per lei la gogna social è stata subito approntata. Il dibattito prosegue ora con un simbolico tweet della grande scrittrice Margaret Atwood, autrice del long seller Il racconto dell’ancella.

Atwood – riferisce oggi il Corriere della sera – ha twittato ai suoi 2 milioni di followers il link a un articolo di giornale ( il Toronto Star ) dal titolo «Perché non possiamo più dire “donna”?». Secondo l’autrice, Rosie DiManno, il termine «donna» sarebbe «a rischio di diventare una parolaccia» e potrebbe alla fine essere «sradicato dal vocabolario medico e cancellato dalla conversazione». Critica quella che le sembra una «infelice evoluzione del linguaggio» e «l’attivismo trans impazzito». DiManno cita esempi come la Aclu, associazione pro-diritti civili americana, che per motivi di inclusività ha cambiato le parole della giudice Ruth Bader Ginsburg sostituendo «donna» con «persona», la British Medical Association che ha raccomandato al personale di utilizzare «persone incinte», invece di «donne incinte», e l’ospedale britannico che ha ordinato al personale del reparto maternità di utilizzare «persone che partoriscono», invece di «donne incinte».

Se ne dovrebbe discutere. Invece si prende sempre la solita scorciatoia: e così anche su Margaret Atwood si abbatte il marchio d’infamia della “transfobia”. A scapito di tutte le donne che si sentono ancora tali e che hanno a disposizione una parola per dirlo. Fino a quando resisteranno?

 

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