Covid, “effetto lockdown” sugli adolescenti: da pillole a candeggina, raddoppiati gli atti autolesivi

sabato 9 Ottobre 12:25 - di Fortunata Cerri
Covid

Il Covid e il lockdown hanno lasciato pesanti conseguenze psicologiche anche sugli under 18. C’è chi sceglie le pillole. Benzodiazepine, ma anche l’insospettabile paracetamolo. E chi arriva a bere mezzo flacone di bagnoschiuma, o peggio di candeggina. Negli armadi di casa il materiale non manca se il chiodo fisso è farsi male. Talvolta non con l’intento di farla finita ma per lanciare un grido disperato d’aiuto. A 12, 14, 18 anni, quando le difficoltà possono sembrare voragini capaci di inghiottire. Da qui in poi il copione si ripete. Le luci dell’ambulanza, la corsa in pronto soccorso, la partita dei medici per salvare una vita, la telefonata col Centro antiveleni.

Covid, aumentate intossicazioni volontarie tra i minorenni

«Dopo i mesi più bui dell’emergenza Covid una cosa è cambiata», spiega Carlo Locatelli, responsabile del Centro antiveleni e Centro nazionale di informazione tossicologica dell’Irccs Maugeri di Pavia. «È la frequenza con cui ci sono stati segnalati episodi di intossicazioni a scopo autolesivo in cui gli autori sono minorenni: quasi raddoppiata». In un’analisi realizzata per l’Adnkronos Salute, l’esperto ha messo a confronto i dati dei primi 4 mesi di più anni, prima e dopo la pandemia. Nel 2014, 2015 e 2016, tra gennaio e aprile si viaggiava al ritmo di circa 48-50 intossicazioni a scopo autolesivo al mese negli adolescenti. «Nello stesso periodo del 2021 questo dato è salito a 86 casi mensili, con punte di 100 ad aprile».

Covid, in quattro casi su cinque sono ragazze

L’osservatorio del centro pavese abbraccia il territorio nazionale da Nord a Sud. In 4 casi su 5 si tratta di ragazze. Nell’80% colpisce l’assenza di fattori di rischio noti. «La maggioranza dei pazienti ha 15-18 anni. Ma ce ne sono tanti fra i 13 e i 14 (sono la metà dei 18enni), una discreta minoranza di 12enni, casi eccezionali di 10-11enni». Questi numeri, spiega Locatelli, vanno visti come una spia rossa che deve accendere l’attenzione sul disagio dei ragazzi. Non solo alla vigilia della Giornata mondiale della salute mentale che si celebra il 10 ottobre. Sul totale degli episodi accertati di intossicazione, il 22-23% avviene con l’utilizzo di prodotti domestici (candeggina, acido muriatico). Il 4% con prodotti cosmetici (come lo shampoo, “che è pericoloso perché la schiuma che produce invade i polmoni”).

Intossicazioni da farmaci

Il grosso, 75%, sono intossicazioni da farmaci: in particolare per il 50-60% neurodepressori, benzodiazepine e così via, e per il 22-25% paracetamolo, quota quest’ultima “in crescita”. Questo farmaco viene ritenuto dai più innocuo, ma in realtà se preso in sovradosaggio può provocare per esempio danni al fegato molto gravi. «Nelle prime 24 ore l’intossicazione da paracetamolo dà banale vomito – spiega Locatelli – ma il problema è che dopo 24-48 ore salgono le transaminasi e comincia l’epatite acuta. È qualcosa paradossalmente di più subdolo. Se il paziente non ammette di averlo assunto, i medici rischiano di non accorgersene subito e di ritrovarsi due giorni dopo con un’epatite che non si riesce più a curare. Mentre se una persona prende un antidepressivo e non lo dice ha degli effetti su cuore e sistema nervoso, che indirizzano più facilmente a scoprirlo».

Chi arriva al pronto soccorso

«Nei pronto soccorso arrivano ragazzini che presentano sintomi psicopatologici o che hanno commesso dei gesti autolesivi. La problematica è aumentata», conferma Carlo Fraticelli, direttore del Dipartimento Salute mentale e Dipendenze dell’Asst Lariana. «Anche noi nella nostra struttura abbiamo riscontrato un aumento di accessi nei pronto soccorso pediatrici, con un aumento delle consulenze degli specialisti di neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza. Da gennaio a giugno 2021 abbiamo avuto 166 accessi, in tutto il 2019 erano stati 280, rileviamo quindi un aumento del 30% circa rispetto all’anno pre-pandemia». Il bacino servito dall’Asst è un’area di 600mila abitanti (quasi 100mila gli under 18).

“Effetto lockdown” su bambini e adolescenti

I bambini e gli adolescenti «hanno risentito in maniera significativa sul piano emotivo della condizione pandemica e delle misure di restrizione che sono state necessarie per contenere l’infezione», riflette l’esperto. E questo “effetto lockdown” «è stato confermato sia a livello nazionale che internazionale. Vanno ancora esplorati gli esiti a distanza: il disagio emotivo c’è stato e non siamo ancora in grado di vedere che cosa potrà accadere. Chi ha perso un familiare ha sicuramente una possibilità maggiore di presentare condizioni depressive in futuro, chi è stato infettato o ha passato momenti di grave difficoltà ha dovuto fronteggiare alti livelli di stress».

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