Piero Pelù contro il governo: “Covid gestito come un’Armata Brancaleone. Se non riapriamo sarà morte”

giovedì 16 Settembre 8:55 - di Lucio Meo

“Se il sindacato fosse andato in porto, saremmo arrivati a questa pandemia con venti anni di lotte dietro le spalle. Stiamo perdendo l’ultima grande occasione di coalizzarci per far valere i diritti di tutti i lavoratori del settore. Detto questo, se non si riaprono i luoghi di spettacolo con una capienza che almeno sfiori la normalità, sarà morte certa”. Lo dice a Repubblica Piero Pelù, alla vigilia del ritorno live a Firenze, dove non suona dall’exploit sanremese del 2020: il tour fu annullato per il lockdown. Il rocker sarà all’Anfiteatro delle Cascine il 24 settembre (nuova data che sostituisce quella di stasera annullata a causa del maltempo). “Quando, negli anni Novanta – ricorda – misi in piedi con Ligabue la squadra di calcio Dinamo rock di cui facevano parte i Negrita, Jovanotti, Zucchero e tanti altri, lanciai una proposta: costruire insieme un sindacato proprio come gli organizzatori di concerti avevano appena fatto con Assomusica. Arrivati al punto saliente, tutti si tirarono indietro, e lì abbiamo segnato il nostro destino di individualisti. Solo che come individui non contiamo niente. I Bauli in piazza? Le iniziative di Fedez? Tutto molto bello. Però tanti rivoli, non un fiume. E quelli della politica, più scafati di noi, se ne approfittano”.

La denuncia di Pierò Pelù sui pasticci del governo

“I locali dove si fa musica dal vivo – prosegue Pelù – sono i primi fondamentali gradini di crescita di ogni artista. Senza quell’ossigeno i giovani musicisti saranno sempre più allo sbaraglio. Io quando sono in tour cerco di portare in giro a suonare con me gruppi che scovo attraverso i miei contest on line, o che semplicemente ascolto. Ma se anche gli artisti con anni di professione dietro le spalle non suonano perché non ci sono spazi adatti ad ospitarli per le sottocapienze, e i piccoli club sono morti, che possibilità hanno i gruppi di base di fare un percorso? L’Italia che ho incontrato durante questa estate di ritorno della musica dal vivo? Un Paese dove l’organizzazione dei concerti varia da promoter a promoter, da questura a questura. Buona parte, devo dirlo sono stati gestiti con la ragionevolezza che ha portato a non avere contagi nello spettacolo. Ma non sono mancati gli estremi. Nelle ex zone rosse ho visto la gente assembrarsi sotto il palco senza disciplina, altrove mancava solo l’esercito a mantenere l’ordine. Siamo un paese non bipolare, ma multipolare. Un’armata Brancaleone e non so quanto questo possa giovare al nostro futuro”.

Per continuare a leggere l'articolo sostienici oppure accedi