Paura di votare, Letta usa Draghi come scudo pur di evitare le urne: «Deve restare, quale Quirinale…»

giovedì 30 Settembre 20:30 - di Valerio Falerni
Letta

Enrico Letta getta la maschera: fosse per lui, a Palazzo Chigi lui Draghi lo imbalsamerebbe pur di non andare a votare. In realtà, si era già capito, quantunque cercasse sempre di offrire qualche subordinata. Oggi invece è stato netto come mai. E, ospite di Porta a Porta, ha sbarrato l’accesso del Quirinale al premier. «L’interesse dell’Italia di oggi – ha detto a Vespaè che questo governo duri, ci rappresenti in Ue e faccia scudo a qualsiasi crisi possa esserci e faccia spendere bene tutti questi soldi europei. A Draghi nessuno dice di no». Chissà che non pensi a Prodi. Che cosa abbia indotto Letta a rovesciare tanta determinazione nella partita del Quirinale, fino ad eliminare il più credibile successore di Mattarella è fin troppo chiaro: la paura delle urne. Da qui la presa in ostaggio di Draghi come pretesto.

Letta prima in piazza e poi da Vespa

«In Europa, ora che Merkel esce di scena, è il presidente del Consiglio più autorevole», sottolinea. Tanto più, aggiunge, che «Macron dovrà affrontare la campagna elettorale». Un’incombenza alla quale lui si sottrae più che volentieri. Poco prima di andare da Vespa, Letta aveva partecipato ad una manifestazione del Pd a Primavalle, il quartiere della Capitale dove si elegge un deputato in elezioni suppletive. Con lui anche il candidato sindaco Roberto Gualtieri. «Il confronto – ha detto dal palco il segretario demè tra noi e le destre, non ci sono alternative. O di qua o di là, o è Gualtieri il sindaco di Roma oppure altre scelte saranno negative per Roma e romani».

«Se vince la Meloni per noi sono guai»

Compresa, dunque, l’alleata Virginia Raggi, sempre più spina nel fianco dell’alleanza giallo-rossa. Di certo l’evocato schema bipolare andrà di traverso a Giuseppe Conte. Il capo dei 5Stelle vi si è rassegnato, ma gridarlo in una campagna elettorale lo mette in difficoltà. Ma anche Letta ha le sue esigenze e perciò in sostanza li annette. «Queste elezioni – ha aggiunto – non sono solo elezioni amministrative. Questa nostra capacità di essere noi protagonisti di un centrosinistra largo e vincente, diventa la prova generale per le prossime politiche». Da copione, infine, il ricorso allo spauracchio del nemico. «Se lunedì 18 ottobre – ha concluso – festeggeranno la Meloni e le destre non sarà un buona notizia per l’Italia, per Roma e per Primavalle, non sarà una buona notizia per nessuno di noi». E su questo è difficile dargli torto.

 

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