Il generale Mori: “Borsellino voleva occuparsi del dossier mafia appalti. Fu ucciso anche per questo”

lunedì 27 Settembre 20:41 - di Giovanni Pasero
generale Mori, Falcone Borsellino

«Rifarei tutto, la soddisfazione e la gioia di avere incontrato personaggi unici come Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, Cossiga, non ha eguali». Così il generale Mario Mori, intervistato da Quarta Repubblica, assolto nel processo Stato-Mafia, dopo un calvario giudiziario durato 14 anni.

Intervistato da Nicola Porro, il generale Mori si è detto convinto che la morte di Borsellino ha avuto una origine precisa. «Io ritengo che il dossier mafia e appalti fu una concausa dell’uccisione di Paolo Borsellino».  «Ma non è finita qu»”, aggiunge Mori. «Quella era l’inizio dell’indagine – aggiunge – c’era un gruppo di potere fatto da imprenditori, politici e mafiosi che decidevano gli appalti e si spartivano i proventi».

Il generale Mori e il rapporto privilegiato con Falcone e Borsellino

«La mafia viene colpita non tanto con la cattura dei latitanti. Ma soprattutto nel sostentamento economico e che non si otteneva tanto con il pizzo quanto con il condizionamento degli appalti. Io presi un ufficiale brillante, il capitano Giuseppe De Donno e lo misi a fare ricerche solo sugli appalti. Ne parlai con Giovanni Falcone che rimase un po’ perplesso, non riusciva a capire come. Per Falcone De Donno era come un figlio, lo chiamava ‘Peppe‘ e progressivamente si individuò il rappresentante di Cosa nostra delegato a trattare gli appalti, questa fu la prima scoperta».

“Nelle indagine sugli appalti facemmo una scoperta devastante”

“La seconda scoperta fu devastante – aggiunge Mori – nelle indagini sugli appalti si pensava che le vittime fossero i politici e gli imprenditori, invece concorrevano nel reato con i mafiosi. Questa era la verità che noi scoprimmo”. Poi Falcone fu trasferito a Roma, nel 1991, e mi disse: “Consegnami il rapporto su mafia e appalti, io feci resistenza e gli dissi che non era completo. E lui lo volle entro l’indomani e mi disse: “È meglio che lo riceva io, perché sai quanti guai avrete con questo rapporto…”. “E poi lo portò a Giammanco che era il capo della Procura di Palermo”, aggiunge.

“Io mi resi conto in pochi giorni che non se ne parlava più di questo rapporto, mi arrabbiai molto e rappresentai la situazione, ma senza risultati, finché a luglio del 1991 la Procura emise degli arresti tra cui Angelo Siino e degli imprenditori. I legali chiesero gli atti relativi. Invece fu preso tutto il malloppo e fu dato a tutti e cinque gli avvocati. Dopo mezz’ora la mafia sapeva tutto, fin dove potevamo arrivare. Lì ci fu un po’ di tensione”.

“Borsellino non volle incontrarci in Procura, ma in caserma”

«All’epoca pensai che sbagliarono tecnicamente – aggiunge Mori – invece dopo sono successi altri fatti. All’inizio del 1992 Paolo Borsellino lascia Marsala e torna a Palermo. Giammanco non gli delega le inchieste su Palermo ma di altre province, quindi non può interessarsi formalmente a mafia e appalti. Mentre era a Marsala chiese a noi copia del dossier mafia e appaltiı, dice ancora Mario Mori.

«Il 25 giugno del 1992 Borsellino mi telefona per chiederci di vederci riservatamente dai carabinieri, non in Procura. Intanto non voleva farlo sapere e formalmente non poteva interessarsene», dice. «Subito dopo la morte di Falcone, la procura spezzetta l’indagine e divide l’inchiesta in vari tribunali sparsi per la Sicilia – prosegue Mori – Se la spezzetti la distruggi». «Il 4 luglio ci fu una riunione e Borsellino disse che i carabinieri erano delusi, ma nessuno gli disse che questa indagine era stata spezzettata».

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