Definì «statista» Rauti, Draghi lo rimuove dal Comitato stragi: ma è “schiaffo” a Franceschini

giovedì 9 Settembre 13:19 - di Lando Chiarini
Franceschini

Per una volta (certamente l’unica) siamo d’accordo con Tomaso Montanari: Dario Franceschini deve dimettersi. Il ministro dei Beni Culturali non più sedere un minuto in più su quella poltrona dopo il sonoro schiaffone ricevuto da Draghi sulla presidenza del Comitato per la desecretazione degli atti relativi alle stragi. La vicenda è poco nota, ma il nostro giornale se n’è occupato nelle recenti polemiche sulle foibe ingaggiate contro lo stesso Montanari e il Fatto Quotidiano. Alla presidenza di quel Comitato, Franceschini aveva infatti designato Andrea De Pascale, da lui nominato sovrintendente dell’Archivio centrale di Stato. Contro la sua indicazione erano però insorti, in pieno agosto, i presidenti dei Familiari delle vittime. Il motivo? Da direttore della Biblioteca Nazionale, De Pascale aveva acquisito il fondo archivistico e librario di Pino Rauti e in quel frangente ne aveva avallato la definizione di «statista» contenuta nel comunicato diffuso dalla famiglia dello scomparso leader missino.

Andrea De Pascale sollevato per le sue opinioni

A dar manforte alle proteste sopraggiunsero lo stesso Montanari, dimessosi per solidarietà con i Familiari delle vittime dal Consiglio superiore dei Beni Culturali, e il giornale di Marco Travaglio. Da parte sua Franceschini replicò assumendosi la responsabilità della nomina. Ci mise la faccia, come si dice oggi. Ieri la svolta, con Draghi che solleva dall’incarico De Pascale per affidarlo a Roberto Chieppa, il segretario generale di Palazzo Chigi. Giubilo generale, soprattutto nella redazione del Fatto che legittimamente canta vittoria. Speriamo almeno che l’ossequio alla Costituzione secondo Travaglio e Montanari convinca l’omonima premiata coppia a sbianchettare il nome del premier dalla (loro) lista di fascisti annidati nel governo. Ironie a parte, quella scritta ieri da Draghi è una pagina di cui davvero non si può andar fieri. Innanzitutto perché avalla un clima da “caccia alle streghe” che come insegna la storia, remota e recente, confonde e non chiarisce.

Da Draghi un avallo al clima da caccia alle streghe

E poi perché mette alla gogna un funzionario dello Stato dal curriculum impeccabile. Rischiando, per altro, di additarlo come il tappo che ha fin qui impedito l’uscita della verità sulle stragi. De Pascale assurge a capro espiatorio per non aver «contestualizzato» la figura di Rauti secondo i dettami della vulgata corrente. S’illudeva – pensate un po’ – di vivere in uno stato di diritto e di conseguenza immaginava che il proscioglimento dell’ideologo missino nell’inchiesta su Piazza Fontana e l’assoluzioneper non aver commesso il fatto” in quella su Piazza della Loggia fossero più importanti del tam tam della propaganda. Si sbagliava. Infatti Draghi lo ha sollevato con una motivazione di chiara impronta maccartista. Cromaticamente rovesciato, ma pur sempre maccartismo.

Franceschini sconfessato

Sotto il profilo politico, invece, la sua decisione è una plateale sconfessione dell’operato del suo ministro. Quando la politica era una cosa seria, situazioni così non restavano senza conseguenze. Non è troppo perciò chiedere a Franceschini, che sulla nomina di De Pascale ci ha messo la faccia, di aggiungere ora anche i coglioni. A meno che non faccia come il famoso Pasquale della barzelletta di Totò, che si sbellicava dalle risate nonostante gli schiaffoni beccati per  un evidente scambio si persona. A chi gli chiedeva perché continuasse a ridere, rispondeva: «E che so’ Pasquale io?». Ecco, Franceschini non è De Pascale. Ma gli schiaffi li prende lui.

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