Campidoglio, le amnesie della Lorenzin su Alemanno: oggi lo critica, ieri voleva ricandidarlo

mercoledì 4 Agosto 20:06 - di Francesca De Ambra
Lorenzin

Capelli corti, memoria corta. Non è un proverbio, ma s’attaglia perfettamente a Beatrice Lorenzin, oggi in forze nel Pd dopo un passato nel centrodestra con ruoli di partito (prima FI, poi Pdl) tutt’altro che secondari a Roma e nel Lazio. Nulla, certo, di fronte al ministero della Salute che ha guidato per un’intera legislatura in nome e per conto di Angelino Alfano ai tempi poco gloriosi del Ncd, acronimo di Nuovo centrodestra. Per dire che per quante bandiere la Lorenzin cambiasse, sempre la stessa restava quella del reggimento. Ma tutto passa e tutto se ne va, coerenza compresa, seppur a piccoli passi. Da destra, nel 2018, si sposta al centro sotto lista eponima e da qui, l’anno dopo, spicca il salto della quaglia verso il Pd, dove tuttora staziona.

Beatrice Lorenzin è passata da destra a sinistra

Rango attuale, titoli pregressi e conoscenza approfondita delle dinamiche capitoline le conferiscono l’autorevolezza necessaria per intervenire nelle elezioni romane. Trova gustoso il tiro al bersaglio su Michetti, candidato del centrodestra, e non vi si sottrae. Ma è proprio qui che l’abbinata capello corto-memoria corta cala il suo jolly. E sì, perché la Lorenzin finisce per imbarcarsi in un ragionamento sulla «superiorità» della consiliatura di Rutelli rispetto a quella di Alemanno, bollata come «esperienza infelice», che si trasforma in un involontario assist per chi invece la memoria ce l’ha lunga. E così, leggi qua e consulta là, esce fuori che la Lorenzin di qualche hanno fa non solo coltivava idee diverse ma dispensava addirittura giudizi opposti a quelli attuali.

Nel 2013 lodava l’ex-sindaco

E così, se in un’intervista a Roma Today reputava Alemanno «autorevole per aspirare ad un nuovo mandato», all’Adnkronos annunciava il fiero proposito di «smascherare le inefficienze dell’amministrazione Veltroni». Sia chiaro: cambiare idea è legittimo. Ma lo è altrettanto chiedersi se la Lorenzin non abbia anche lei contribuito a gettare le premesse di quella che oggi liquida come «infelice esperienza». Se così dovrebbe chiedere scusa ai romani piuttosto che impancarsi  a giudice degli altri. O spiegare perché allora sosteneva una tesi e oggi un’altra diametralmente opposta. In fondo è solo questo che distingue uno spirito libero da un volgare saltafossi.

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