Prescrizione, ancora un’ammaina-bandiera per i 5Stelle in coma. Analisi di un flop annunciato

venerdì 9 Luglio 15:58 - di Giacomo Fabi
5Stelle

Come togliere le caramelle dalle mani dei bambini. E in quelle dei grillini ne sono rimaste ben poche ora che anche il totem della prescrizione va in frantumi per effetto della riforma del ministro Cartabia. A ben guardare, l’unico vessillo 5Stelle sfuggito (per ora) al mesto rito dell’ammaina-bandiera è l’abolizione dei vitalizi degli ex-parlamentari. L’altro che ancora sventola – il Reddito di cittadinanza – non manca quotidianamente di riempire le cronache dei giornali con le lamentele degli imprenditori a corto di lavoratori stagionali e con le truffe consumate ai danni dello Stato da quanti lo intascano senza averne diritto, criminali compresi.

Le leggi 5Stelle abbattute come birilli

A rilevare, tuttavia, non è tanto questo quanto il capire perché un movimento che in tre anni ha abolito i privilegi della Casta, tagliato il numero delle poltrone, abrogato la prescrizione, approvato la cosiddetta “spazzacorrotti” sia precipitato in coma profondo. Già, perché dopo aver collezionato tanti successi, il M5S rincula nella classifica dei sondaggi invece di impennarsi verso percentuali bulgare? Il tema è questo, più che lo strike dei loro strampalati provvedimenti. Perché, allora? Semplice: perché non era vero niente. La loro narrazione era fasulla. Ricordate? Il Parlamento come set di Gomorra, i partiti come cosche, i leader come boss. E sotto i loro artigli gemeva e si dimenava il popolo oppresso, del quale si erano nel frattempo eretti a implacabili vindici e disinteressati portavoce. In tal senso, e non senza un’evidente punta di strumentalità, l’ultimo giapponese è Alessandro Di Battista.

La falsa narrazione grillina

Comunque sia, questa era la lettura del Belpaese made in 5Stelle. Beppe Grillo ne è stato l’utilizzatore finale, ma a distillarla sapientemente hanno provveduto anni di talk show condotti dai migliori maestri del giornalismo a tesi sotto l’occhio benevole del Corriere della Sera. Più che una rivoluzione dal basso, un incitamento dall’attico. Del resto, in quel tempo casta, impunità e crisi facevano rima con il berlusconismo. E, si sa, all’epoca non si badava a spese pur di sbarazzarsi del Cavaliere. Nessuno tuttavia immaginava che avremmo pagato un prezzo così alto al populismo delle élite. Diversamente, l’Italia non starebbe  appesa alle bizze di un comico rancoroso e alla sua masnada di scappati di casa pronti a tutto pur di non mollare il cadreghino.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *