Fini (Massimo) bacchetta Travaglio: «Tifi troppo per Conte». La faida grillina sconquassa il “Fatto”

mercoledì 30 Giugno 17:24 - di Marzio Dalla Casta
Travaglio

Lo psicodramma 5Stelle ha tutta l’aria di voler contagiare anche il Fatto Quotidiano. Marco Travaglio, che lo dirige, ha finora sdegnosamente l’etichetta di house organ del MoVimento, ma è difficile che riesca ad evitarlo. Tanto più che, soprattutto negli ultimi tempi, la sua postura nei confronti di Conte ha finito per ricordare sempre più quella di Emilio Fede verso Berlusconi. Una bestemmia solo a prima vista. È invece innegabile  che ad accomunare i due direttori è soprattutto l’alta considerazione da loro nutrita nei confronti dei due ex-premier. Chiedere per conferma a Massimo Fini, giornalista con vocazione da fustigatore nonché punta di diamante della premiata “firmeria” del Fatto.

Il giornalista: «Occorre mantenere distanza»

Ci sarà dunque da credergli quando all’Adnkronos ricorda che il suo direttore «ha tifato molto, forse troppo, per Conte». È solo il prologo alla solenne bacchettata. «Un giornale – ha infatti aggiunto – non dovrebbe mai schierarsi fino a questo punto, anche se in giro si vede ben di peggio rispetto al Fatto… Ma  giornali e giornalisti devono sempre mantenere una certa distanza dall’oggetto del loro interesse, sia che gli sia simpatico sia che gli sia antipatico».

Travaglio appiattito sull’ex-premier

Una distanza che evidentemente Travaglio non ha voluto o saputo frapporre tra il suo giornale e le tribolate vicende del MoVimento, sempre più lanciato verso l’autodistruzione. Anche questo preoccupa Fini, sebbene in cuor suo confidi ancora in un accordo. Lo dice lui stesso citando Andreotti: «Diceva pure che prima o poi tutto si aggiusta». Già, ma se non accadesse? In quel caso, non ha dubbi: «Il movimento è spappolato». Parole in cui non è difficile scorgere un sos lanciato a Travaglio. Un modo per indurlo a tentare una mediazione tra Conte e Grillo. Ma è difficile che il direttore gli dia ascolto. Del resto, neanche Fede indossò il casco blu dell’Onu al tempo della guerra tra Berlusconi e Fini (Gianfranco). L’indipendenza, si sa, viene prima di tutto.

 

 

 

 

 

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