Fascismo, da Galli della Loggia ancora esami alla destra. Ma la sua analisi si scontra con la storia

mercoledì 30 Giugno 15:39 - di Mario Landolfi
Galli della Loggia

Si scrive Rassemblement national, si legge Fratelli d’Italia. Così come si scrive Vichy e si legge Salò. Più puntuale di una cambiale in scadenza, arriva l’editoriale di Ernesto Galli della Loggia sulla destra italiana. Al professore è bastato che Marine Le Pen tornasse a mani vuote dalle recenti elezioni regionali per convincersi ad intonare l’antifona all’indirizzo di Giorgia Meloni. Intendiamoci: tanta attenzione non può che lusingare. A patto, tuttavia, che tenga conto di volta in volta anche delle repliche, evitando di pigiare sempre sullo stesso tasto – il rapporto tra destra e “fattore F”, inteso come fascismo – tuttora venato,  a giudizio dell’editorialista del Corriere della Sera, da ambiguità e reticenze. Ma di questo parleremo più avanti. Preliminarmente, ci si consenta di illuminare un’inesattezza e un’omissione, entrambe riguardanti la Le Pen, contenute nell’analisi del professore.

Nuovo editoriale di Galli della Loggia

La prima sta nel passo in cui Galli della Loggia imputa alla leader di Rn di «mostrare qualche simpatia per il maresciallo Pètain» invece «di riconoscersi nell’appello di De Gaulle del 18 giugno del ’40». In realtà, è esattamente quel che ha fatto. Ne ha dato notizia Aldo Cazzullo, e proprio sullo stesso giornale per il quale il professore scrive. L’omissione riguarda invece i dati dell’affluenza alle regionali d’Oltralpe, disertate da due francesi su tre. Almeno citarli, per altro in un editoriale basato sulla tesi del «dato clamoroso della sconfitta di Marine Le Pen», non sarebbe stato un fuor d’opera. Ma torniamo al “fattore F”. In proposito, Galli della Loggia chiede alla Meloni di dire a chiare lettere che la «vittoria alleata del 1945» ha rappresentato per noi «un evento (…) fortunato e positivo». Anche perché, ha aggiunto, senza di esso «non esisterebbero neppure la stessa Repubblica e il suo regime democratico».

La guerra ’40-’45 non fu di liberazione

Anche qui una una considerazione preliminare: alleati degli Alleati erano anche i sovietici. Sarebbe stato perciò più esatto chiedere alla leader di FdI se non ritenga una fortuna che nella Conferenza di Yalta l’Italia sia finita nella sfera d’influenza americana. Diversamente, infatti, avremmo dovuto ritardare di mezzo secolo l’appuntamento con la libertà e la democrazia com’è capitato ai popoli dell’Est. A conferma che il secondo conflitto mondiale non è stata una guerra di liberazione. Ciò ricordato, la richiesta di Galli della Loggia non sembra preludere ad una prova da sforzo: anzi, è una constatazione che rasenta l’ovvietà.

La sconfitta militare dell’Italia

A condizione, ovviamente, che non pretenda dalla destra di contribuire a spacciare per vittoria quella che era e resta una sconfitta dell’Italia. Tanto più che è lui stesso ad ammetterlo implicitamente quando descrive l’evento del ’45 come «anche pieno di dolore». Diverso, invece, è chiedere se in fondo non sia stato meglio per noi perdere anziché vincere la guerra. Certo che sì, se guardiamo alle nostre libertà. Qualche dubbio invece ci assale pensando alla nostra marginalità internazionale, perfino laddove la geopolitica (è il caso del Mediterraneo) vorrebbe assegnarci un ruolo protagonista. Ecco, professor Galli della Loggia: da sempre la destra si batte per avere italiani liberi in una democrazia autorevole. E che sia tale anche per aver seppellito tutti i propri morti. Serve altro?           

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