Galli della Loggia: FdI non è neofascista, può rappresentare la destra della coesione sociale

lunedì 29 Marzo 17:20 - di Riccardo Arbusti
Galli della Loggia

Ernesto Galli della Loggia con il suo editoriale odierno sul Corriere della Sera suggerisce alcune strategie politiche a Fratelli d’Italia. La novità sta nel tono molto rispettoso e non fazioso che lo studioso assume, pur partendo da una premessa che non ha molto fondamento. E cioè l’equiparazione tra Fratelli d’Italia e la carica anti-sistema dei grillini nel 2013.

Una premessa che non ha fondamento

Una premessa che non ha fondamento perché FdI si è sempre mossa all’interno della democrazia di rappresentanza mentre il movimento di Beppe Grillo scaturisce da quella “democrazia della sorveglianza” che nell’impatto con le istituzioni dà cattiva prova perché perde di identità e di scopo.

Galli della Loggia: FdI non è un partito neofascista

“La Destra italiana del ventunesimo secolo – scrive Galli della Loggia – si divide tra il populismo arrabbiato della Lega e il vaporoso liberalismo di Forza Italia, mai capace di precisarsi in qualcosa di più consistente. Poi c’è Fratelli d’Italia. Non credo che lo si possa più considerare un partito neofascista, pur se esso viene da territori della storia che portano quel nome. Al massimo la sua lontana origine si manifesta oggi in una postura difensiva contro le smargiassate dell’antifascismo di professione. Quanto invece al suo rispetto delle regole della democrazia fissate dalla Costituzione, mi sembra che non possano esserci dubbi”.

Galli della Loggia: il ruolo di una destra conservatrice

Così lo storico sgombera il campo dalle accuse interessate e demonizzanti con cui si è cercato fin qui di arginare il successo della formazione guidata da Giorgia Meloni. E suggerisce alla destra di FdI di giocare in futuro un ruolo come partito conservatore, con un consapevole senso dello Stato da prediligere rispetto al nazionalismo. Ed anche con una spiccata propensione a favorire la solidarietà sociale contrastando gli effetti perversi del globalismo.

La destra e il senso dello Stato

“Fratelli d’Italia – afferma Galli della Loggia – potrebbe legittimamente aspirare a rappresentare in Italia, per l’appunto, quella destra conservatrice che nella seconda Repubblica non c’è mai stata. Una destra conservatrice assai diversa dal passato, quando a essere conservatori erano innanzi tutto le élite sociali e i grandi interessi economici, oggi passati invece in tutt’altro campo. Anche se in ogni caso l’anima di una destra conservatrice non potrebbe essere rappresentata pure oggi che da una forte cultura nazional-istituzionale centrata sulla dimensione dello Stato”.

Distinguersi dal populismo leghista e dal liberalismo di Forza Italia

“Tra l’altro – continua – proprio una cultura siffatta servirebbe a distinguere nettamente tale destra vuoi dal populismo leghista e dal suo empito plebiscitario sempre insofferente di qualsiasi regola, vuoi dal permissivismo del laissez-faire a sfondo individualista di quel che rimane del liberalismo di Forza Italia. Quando si parla di Stato nazionale i conservatori odierni non dovrebbero certo pensare a nulla che ricordi il nazionalismo di un tempo, la sua boria e le sue imprese. Dovrebbero invece pensare lo Stato nazionale e le sue istituzioni (quindi anche il suo importante «risvolto» europeo) come lo strumento principe, di fatto l’unico a disposizione, in vista di due obiettivi di cui le nostre società sempre più avvertono l’urgenza: lo sviluppo della coesione e della solidarietà sociali e il contenimento degli effetti della globalizzazione”.

Favorire il senso della tradizione

Nel momento in cui la sinistra tende a identificarsi con “la ragione strumentale tecno-scientifica, per aderire al democraticismo universalistico del mainstream socio-culturale” alla destra conviene andare in senso opposto “puntando a rafforzare tutto quanto avvicina le persone, tutto quanto le aiuta a rendere stabili e psicologicamente sicure le loro relazioni, a farle sentire parti vive di insiemi più vasti”. Culturalmente ciò significa anche “curare gli argini che si oppongono alla disgregazione culturale e dunque favorendo il senso della tradizione, la conoscenza del passato, l’uso della scrittura, la conservazione degli ambienti urbani abitativi e dei paesaggi, il valore della dimensione religiosa al di là di ogni confessionalismo”.

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