“D” come destra, come diritti e come doveri: La nuova sfida della conservatrice Giorgia Meloni

lunedì 14 Giugno 12:49 - di Lando Chiarini
diritti

“D” come destra ma anche come diritti, sebbene una vulgata molto di moda sostenga che i due termini siano un po’ come l’acqua e l’olio, impermeabili l’una agli altri. E che molto più facile risulti invece l’accostamento tra la “d” di destra a quella dei doveri. Non ce ne dispiace affatto. Tanto più che da tempo il termine “dovere” è l’illustre desaparecido del nostro lessico politico-istituzionale. Già, chi ne parla più? Praticamente, nessuno. Sarà (forse) anche perché troppo impegnati nell’elargire diritti a chicchessia. Celebriamo apposta giornate mondiali a gogò con incorporato pistolotto sull’inclusione, si trattasse anche di blatte e lombrichi. Ecco, su questa stucchevole e zuccherosa declinazione dei diritti la destra storce parecchio il naso. Le viene istintivo pensando che ciò che s’inflaziona perde di valore e di senso, trasformandosi in altro.

L’ubriacatuta dei diritti civili

Non è forse quel che sta avvenendo nel campo dei cosiddetti “diritti civili“? Il campo delle relazioni affettive ne è un esempio lampante con la sua pretesa, in gran parte esaudita dal Parlamento, di codificare persino i capricci. In “Io sono Giorgia“, la Meloni lo descrive molto bene. Ma che sia così è certezza ricavabile anche dal nostro dibattito pubblico. “Hai più di 70 anni, ma vuoi un figlio? È un tuo diritto“, “siete omosessuali e volete mettere su famiglia? È un vostro diritto“, “sei anatomicamente donna, ma ti senti fluida e vuoi dichiarare di volta in volta il tuo genere percepito? E che problema c’è? È un tuo diritto“. Un’ubriacatura. E tuttavia in grado di perimetrare un campo politico che pretende a sua volta di tracciare un confine tra buoni e cattivi. E se questi ultimi sono omofobi, sessisti e, ovviamente, razzisti, i primi – va da sé – vogliono solo dare diritti a chi non ne ha. Quante volte lo sentiamo dire?

I capricci degli adulti e i diritti degli indifesi

Bene, niente di più falso. Un bambino adottato da una coppia omosessuale vede depotenziato e forse pregiudicato il suo diritto ad uno sviluppo armonico della propria personalità, certamente più tutelato dal crescere in una famiglia che ha per mamma una donna e per papà un uomo. Scriverlo è persino banale. Eppure, a ddl Zan approvato, una tesi così scontata potrebbe essere perseguita come reato. Insomma, mentre  elargiscono presunti diritti a chi ne sarebbe privo, i buoni sottraggono a tutti quelli già esistenti. Non è un convincimento della sola Giorgia Meloni o del solo centrodestra. È quel che stanno denunciando insigni giuristi nelle audizioni davanti alla commissione Giustizia del Senato, dove è in corso l’esame sul ddl Zan. Parliamo, tra gli altri, di Giovanni Maria Flick, Michele Ainis, Giovanni Guzzetta, Giovanni Fiandaca e Alfredo Mantovano.

Quei “no” trasversali al ddl Zan

Studiosi di diverso orientamento politico, ma accomunati da dubbi e perplessità sull’impianto normativo di quel testo, inquinato – a detta di tutti – da una pericolosa deriva liberticida. In una discussione libera da pregiudizi, obiezioni di fonte tanto autorevole e politicamente così trasversali consiglierebbero anche ai sostenitori del ddl Zan una decisa correzione di rotta. Ma non c’è da illudersi. Nella testa dei suoi estensori, quel testo è solo il primo passo per imporre una sterzata sul tema dell’utero in affitto e per introdurre l’ideologia gender nelle scuole. Lo dimostrano la fretta con cui la sinistra intende archiviare la pratica e la demonizzazione preventiva di chi si oppone, cui la stessa sinistra ricorre con il sostegno del mondo dello spettacolo. E lo conferma, infine, l’indisponibilità ad espungere dal provvedimento ogni riferimento alla scuola e alle finalità rieducative che tanto evocano il comunismo cambogiano di Pol Pot.

È l’ora di un nuovo conservatorismo

In realtà, la destra non è affatto insensibile al tema dei diritti. Ma proprio perché guarda anche a quello dei doveri, si preoccupa di tenere in equilibrio la società. In più, è attenta a non superare i limiti imposti dal diritto naturale. Passa esattamente da qui la differenza tra l’impostazione ideologica della sinistra e quella logica della destra. «Essere conservatori – diceva Robert Gascoigne-Cecil, III marchese di Salisbury e primo ministro della regina Vittoria – consiste nell’impedire alle cose di accadere finché non siano prive di pericoli». Forse se l’Italia ancora oggi annaspa tra le insidie dei “diritti” lo si deve alla paura di ieri di apparire conservatori. A cominciare da quei sedicenti cattolici che s’illudevano di cavalcare il cambiamento quando in realtà erano solo fastidiose mosche cocchiere.

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