Al Pride Village di Padova balli scatenati. I gestori dei locali furiosi: le regole valgono solo per noi? (video)

martedì 15 Giugno 20:47 - di Roberto Angelini

Al Pride Village di Padova balli scatenati senza mascherine e distanziamento in nome dell’orgoglio Lgbt. Una circostanza che – come riportano Il Gazzettino e La Verità – fa indignare gli esercenti che non possono organizzare serate danzanti. I quali si chiedono: perché le regole valgono solo per noi?

“Venerdì scorso – scrive La Verità – ha preso il via il festival più grande in Italia della società «fluida», quella in rottura con il genere binario uomo-donna. Al Parco delle Mura per quattro mesi la città del Santo dovrà sopportare una no stop di «dinner show, dj set, radio e incontri a ingresso gratuito», dalle 8 del mattino alle 2 di notte”.

E dietro la kermesse si profila lo spirito d’iniziativa del deputato dem Alessandro Zan, il padre della legge contro l’omotransfobia. Alessandro Zan, come ha svelato L’Espresso, è «azionista di maggioranza col 52% e amministratore unico di Be proud srl: la società a responsabilità limitata che organizza concertispettacoli e dibattiti del Pride village alla fiera di Padova.

Il privilegio accordato al Pride village, come dicevamo, ha scontentato l’Associazione provinciale pubblici esercizi (Appe) che commenta:  «Al Padova Pride village vige l’immunità? Non quella dei vaccini, quella dalle regole? Evidentemente l’anno scorso non ci ha insegnato nulla e anche quest’ anno al Pride village niente distanziamenti, ballo libero, mascherine optional e di green pass proprio non se ne parla. E così, mentre i pubblici esercizi vengono sanzionati con multe e chiusure, qui non c’è alcun problema: si può fare quello che si vuole. Adesso chiediamo solo una cosa: sanzione agli organizzatori e chiusura dell’attività per cinque giorni. In caso di reiterazione chiusura per trenta giorni. Cioè le normali sanzioni previste dalla legge».

Andrea Cavinato, presidente della Silb Fipe di Padova, il sindacato dei locali notturni, ha spedito i video al prefetto e ad altre autorità per mostrare che «noi siamo gli unici chiusi» e che «la disparità è evidente».

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